Italia-Germania 4-3, la Bepina e la notte più calda della mia fanciullezza

Gigi Riva

I miei genitori avrebbero voluto chiamarmi Mario, come il nonno. Allora funzionava così. Per uno scherzo anagrafico troppo lungo da raccontare e non è questa la sede, comunque nel 1959 non così infrequente, finii per essere ufficialmente Luigi, dal giorno del santo sul calendario. Luigi, soprattutto da bambini, si trasforma senz’altro nel suo nomignolo, Gigi. Gigi Riva. Nessuna omonimia troppo pesante da portare all’inizio, il futuro Rombo di Tuono non era che un adolescente.

Mamma José e papà Gianni non avevano nessuna passione per il calcio, erano la classica umile coppia di Nembro (paese oggi diventato tristemente famoso per il coronavirus) impegnata a cercare nel boom economico un po’ di benessere per sé e per i figli. Nemmeno si spiegavano come potessero scatenare tanto entusiasmo «ventidue giovanotti in calzoncini che rincorrono un pallone». Non così la nonna materna, la Beppina, in bergamasco con una sola “p”: Bepina.

La Bepina, classe 1913, aveva una stravaganza mattocchia per cui si segnalava quando da ragazza si calava dal balcone per andare al cinematografo. O quando la domenica col cavolo si poteva «lasciare sempre sola per andare a vedere la partita». Lei pretendeva di essere portata al campo accanto al fiume Serio dove giocava la Nembrese. E nella Nembrese due suoi fratelli, lo zio Battista, Tista, arcigno difensore gambe o pallone, e lo zio Carlo fantasioso funambolo dell’ala destra che attribuiva la sua fortuna tecnica alle gambe curve, ad archetto, funzionali per produrre finte imprevedibili. Fu così che, anziché di padre in figlio, la passione per il calcio a me fu trasmessa da nonna a nipote.

Nel 1970 avevo 11 anni, la Bepina 57, a me sembrava vecchissima. Vennero i Mondiali del Messico, i match trasmessi a mezzanotte, in assoluto contrasto con le abitudini di famiglia che prevedevano, per i figli, di coricarsi dopo Carosello. E avevano sino ad allora contemplato un’unica eccezione l’anno precedente per lo sbarco sulla Luna.

Ma la Coppa Rimet, altro che Luna per un pre-adolescente! Avevo finito la scuola, superato brillantemente gli esami di quinta elementare. La nonna si fece ambasciatrice e propose un compromesso: sarei andato a letto all’ora consueta, lei mi avrebbe svegliato, senza disturbare il sonno degli altri, poco prima del fischio d’inizio e sarebbe stata con me a guardare gli incontri in mondovisione. Tanto più, aggiunse come argomento, «che nell’Italia c’è quel Gigi Riva che si chiama come lui».

La sera di Italia-Germania la nonna mi sorprese con gli occhi ancora aperti, e chi poteva dormire col sogno spalancato sulla finale? Ci sedemmo nei posti consueti, lei sulla poltrona alla mia sinistra. Siccome l’ordine era di non fare rumore, lei per sottolineare le emozioni mi stringeva con forza l’avambraccio. Quella notte, la notte, sino a provocarmi una tumefazione. Segnammo subito, poi fu sofferenza pura, e la Bepina che sottovoce ripeteva «San Albertoso, san Albertoso», non riusciva a pronunciare correttamente il nome del portiere. Emetteva lunghi sospiri ad ogni pericolo scampato, ad ogni offensiva dei tedeschi. Pareggiò Schnellinger e la voce da evento di Nando Martellini si fece mogia nel sottolineare che il novantesimo era trascorso da due minuti e mezzo. In modo che nella notte italiana tutti provassimo il senso dell’ingiustizia.

Ad inizio del primo supplementare ci fu l’autogol di Poletti (almeno così nella mia memoria, nei tabellini ufficiali che ho controllato il gol è attribuito a Muller). Fu a quel punto che la nonna si alzò di scatto e propose: «Non c’è più niente da fare, meglio andare a riposare». Io decisi fieramente di bere fino in fondo l’amaro calice. Amaro? Pareggiò Burgnich, un difensore che non passava mai il centrocampo. E io corsi dalla nonna tutto eccitato urlando piano (ossimoro) nelle sue orecchie: «Pari nonna, pariiii, vieniiii». Incredula si alzò. In tempo per vedere l’azione, RivaRivaRiva reteeeee!, che sarebbe diventata la colonna sonora dello scherno degli amici: avevo due piedi come due ferri da stiro e me la cavano solo in porta. Di nuovo loro e finalmente Rivera con «la finta che sbilancia Mayer».

Non so come facemmo a non disturbare la quiete degli altri membri della famiglia. Era tutto un guardarsi negli occhi felici, stringere i pugni, soffocare la gioia. Fuori, da lontano, si cominciavano a sentire i clacson della festa improvvisata. La nonna in sottoveste e ciabatte mi comunicò: «Vado in piazza». «Vengo anch’io». «No tu no». E prese correndo la porta.

Ricordo una sottoveste bianca che ondeggia nel buio della notte più calda della mia fanciullezza.

Nonna Bepina

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