Oppenheimer, affascina perché inquieta

La bomba atomica è la negazione di tutti i principi su cui si fondano il mondo libero e le nostre democrazie.

Emanuele Felice

Prometeo è libero. L’eroe che ha sottratto il fuoco agli Dei, per donarlo agli uomini, ha compiuto la sua missione: e adesso gli uomini hanno il fuoco più terribile, definitivo. Il fuoco atomico, con cui incendiare il mondo intero. Ma Prometeo è un folle, o un cieco. Ha distribuito il suo dono senza criterio, a un’umanità incoerente: e il rischio è che possiamo adesso autodistruggerci, e distruggere il Pianeta, possiamo cancellarci dalla Storia. L’ultimo film di Christopher Nolan, Oppenheimer, non è un capolavoro assoluto sul piano cinematografico, né su quello della ricostruzione analitica. Ma riesce, come forse non capitava dai tempi de Il dottor Stranamore, di Kubrick (1964), ad affrontare un simile tema con piglio non banale, a toccare le corde più profonde dell’avventura umana: in uno dei nostri momenti cruciali, la lotta mortale contro il nazismo. E a farlo nel momento giusto: oggi, nel 2023, quando la guerra mondiale non è mai parsa di nuovo così vicina, da almeno sessant’anni.

 Si diceva, nella tecnica il film ha qualche falla. Il copione va un po’ troppo per le lunghe. E, nonostante ciò, alcuni passaggi della trama o certe scelte dei personaggi non risultano ben chiariti. Le donne sono quasi assenti, se non forse nella veste di coscienza del protagonista («ti stai sottoponendo a tutto questo per espiare i tuoi sensi di colpa?»). Ma riesce il gioco dell’incontro con Einstein, il dialogo celato all’inizio e ripreso alla fine, sul laghetto; ed è formidabile quel ricordo di gioventù, l’episodio della mela avvelenata (plausibile?). Bello l’accostamento fra gli effetti speciali nel mondo interiore (i lampi dell’universo quantistico) e quelli nel mondo esteriore (il fungo atomico). Sorprendente la ridicolizzazione del presidente degli Stati Uniti, Harry Truman (di nuovo, c’è del vero?). Queste però sono scelte stilistiche, tutto sommato, roba per addetti ai lavori.

Quello che qui interessa è il messaggio politico, o ideale, del film. Che poi è il motivo per cui Oppenheimer, in bilico fra inciampi, verbosità e trovate brillanti, si trova al centro della nostra attenzione.

 L’opera affascina perché inquieta: c’è un’aura di distruzione che dalla psiche, dalla morale intima, si allarga alle istituzioni, alla politica, fino alla comunità umana tutta, alla Terra intera. Dal maccartismo, dalla violazione dei diritti individuali, al genocidio: il crollo del sogno di un mondo fondato sui diritti. Con quel rischio, near zero (vicino allo zero), di una reazione a catena incontrollata che incendi l’atmosfera e porti alla fine di ogni forma di vita sul Pianeta: rischio evocato, minimo certo; ma accettato.

Qual è la possibilità, oggi, che scoppi una guerra mondiale fra potenze nucleari? Forse non alta, non ancora; ma superiore al near zero. E se non oggi, qual è il rischio che scoppi domani? O dopodomani? E nei prossimi cento anni? Ad allargare lo sguardo ci accorgiamo che le possibilità salgono, per un semplice fatto statistico (e in realtà stanno già aumentando in queste settimane, sotto i nostri occhi). Ma perché si è arrivati a tanto? Perché l’essere umano ha inventato l’arma nucleare, accettando di aprire la botola che conduce all’inferno (o che lo fa uscire)? Questa è la prima domanda che provoca il film.

 Forse non si sapevano le conseguenze? No, si sapevano, si sapeva che cos’era la bomba, grosso modo, anche se magari non si immaginavano gli effetti a lungo termine delle radiazioni (ma si accetta perfino il rischio near zero di un’esplosione che distrugga il mondo).

Forse perché era inevitabile per sconfiggere il nazismo? No, non serviva. Quando si compie il passo finale, l’ultimo test (quello del near zero), Hitler era morto e la Germania si era arresa. D’accordo, allora: creare la bomba è stata una follia. Ma almeno, potremmo consolarci pensando che le nostre democrazie useranno questo potere sempre nel modo più saggio. Sennonché nemmeno di questo siamo sicuri, a giudicare dal film: gli Usa gettarono la bomba in modo sconsiderato, contro un Giappone ormai indifeso, ne lanciarono ben due; e il loro presidente, Truman, non ne sembra turbato più di tanto (anzi). E poi, la stessa democrazia americana sta vacillando, allora, calpesta i più elementari diritti civili su cui si fonda (peraltro per i motivi più banali, si lascia intendere, forse esagerando un po’).

Ancor più vacilla oggi, verrebbe da dire, con Trump nel gennaio 2021 abbiamo assistito addirittura a un tentato golpe. Le nostre democrazie sono fragili, il potere politico può essere superficiale e corrotto. E figuriamoci le autocrazie.

Abbiamo innescato una bomba a orologeria? Ecco, in sintesi, il messaggio disperante e potentissimo di questo film.

Eppure, si potrebbe dire, rimane la persona umana. Restiamo noi, che non ci rassegniamo all’oppressione, tantomeno al genocidio. Oppenheimer, il protagonista, certo turbato, contraddittorio (ma chi non lo è?), alla fine appare una figura di buon senso. Come Einstein. Non è uno scienziato pazzo, figuriamoci Einstein. Anche l’episodio di gioventù della mela avvelenata serve forse a mostrare che sì, avrà anche avuto degli sbandamenti, ma poi Oppenheimer ha conquistato e mantenuto una sua coerenza.

Nella realtà, a dire il vero, non tutti quegli scienziati furono così. Nel film non si parla, stranamente, di John von Neumann, fautore della bomba a idrogeno, e anche dell’attacco preventivo all’Unione Sovietica, e di gettare l’ordigno su Hiroshima a un’altezza tale da causare il numero massimo possibile di vittime: e che pure ebbe un ruolo importantissimo per arrivare all’atomica. Sarebbe morto lui stesso, per un cinico contrappasso, come conseguenze delle radiazioni assorbite durante un test proprio della bomba H, a idrogeno: l’aveva sottovalutata. Ecco. John von Neumann (1903-1957) si avvicina di più al profilo dello scienziato pazzo, incosciente (sarà infatti lui a ispirare la figura del Dottor Stranamore). Lui però non compare.

Lo spettatore potrebbe pensare che in fondo fossero tutte brave persone, piene di scrupoli morali, anche se magari sbagliavano, questi scienziati che hanno reso possibile l’annientamento del genere umano e di ogni vita sulla Terra. Forse, questa forzatura serve nella trama a evidenziare ancora di più il dramma di fondo: non serve, ormai, la bontà del singolo. Non basta, di fronte all’ingranaggio che si è messo in moto. C’è una macchina della potenza umana che stritola l’individuo, anche il più virtuoso, e che prima o poi condurrà alla catastrofe. No, non bisognava dare agli uomini il fuoco, sembrerebbe voler dire Nolan: non ci sono istituzioni e valori morali che tengano, alla fin fine. È una illusione sperare di potere governare la tecnologia, orientandola al benessere e ai diritti umani.

E per questo vale la pena di tornare al dato storico fondamentale: gli americani cominciarono a lavorare alla bomba per battere sul tempo i nazisti, per sconfiggere Hitler, ma poi la completarono e la usarono contro i giapponesi. Nel film si ricorda che gli scienziati del Terzo Reich erano, inizialmente, forse addirittura in vantaggio su quelli del mondo libero, almeno sul piano teorico. Ma poi presero la strada sbagliata. In parte, questo si deve alla scarsa fiducia di Hitler, che non guardava di buon occhio alla nuova fisica, considerandola una scienza ebrea, e non vi investì a sufficienza. Attenti però: non vi è alcun dubbio, secondo gli storici, che i nazisti avrebbero grandemente apprezzato un’arma del genere, se l’avessero avuta, e ne avrebbero fatto l’uso più spietato possibile, ad esempio lanciandola su Londra con le loro V2. Se i nazisti investirono poco e male nella ricerca atomica, fu quindi per puro caso. Fu anche per merito dei partigiani norvegesi, che con l’aiuto di Churchill nel febbraio 1943 sabotarono l’impianto di acqua pesante del Terzo Reich in Norvegia, infliggendo un duro colpo al progetto. E forse (anche questo suggerirono gli storici) fu merito di qualche scienziato tedesco, che si faceva scrupoli a fabbricare una simile arma per Hitler, e che sabotò sottilmente e silenziosamente, dall’interno, i piani.

Gli scrupoli invece non vi furono sul versante americano. Lì, com’è naturale, la ferocia nazista ebbe l’effetto speculare: coalizzando mezzi e risorse, molti scienziati (anche se non tutti), nel colossale progetto Manhattan. Senza la minaccia di Hitler, probabilmente non sarebbe stato messo in piedi. L’umanità sarebbe arrivata ugualmente alla bomba? Probabilmente molto dopo. Nei fatti, l’esistenza di un mostro come il nazismo facilitò, nel campo delle democrazie liberali, la creazione della peggiore arma di distruzione di massa, di violazione totale dei diritti umani, mai concepita (superata poi dalla bomba H: ma la strada era aperta). Ognuno di quegli ordigni è un crimine contro l’umanità, per definizione: non può essere usato altrimenti. È la negazione di tutti i principi su cui si fondano il mondo libero e le nostre democrazie.

Ma il secondo paradosso è che alla fine la bomba fu lanciata sul Giappone, che non rappresentava alcuna minaccia nucleare; e forse solo per impressionare i russi. E ne furono lanciate addirittura due.

Nel film la questione è affrontata, pur mancando alcuni dettagli (ad esempio non si cita l’invasione russa della Manciuria, nell’agosto 1945). Perché nell’estate del 1945, quando la guerra in Europa era terminata, si decide di procedere con l’ultimo esperimento e quindi con la fabbricazione delle bombe? Perché di fatto si considerava la Guerra fredda inevitabile, già ai tempi della conferenza di Postdam? Stando alle armi convenzionali, in effetti, in quei mesi probabilmente l’Armata rossa di Stalin era il più forte esercito sul campo, al mondo.

Gli Usa dovevano ristabilire il vantaggio, e farlo vedere a tutti. Mostrare i muscoli a Stalin, quindi, anche come deterrente: ecco una prima spiegazione. E poi, forse, ormai si era andati troppo avanti nelle conoscenze, e se anche gli americani si fossero fermati, probabilmente i russi (o perché no gli inglesi) avrebbero incominciato e ripreso le ricerche. Insomma, la macchina infernale era ormai avviata, non si poteva fermare: seconda spiegazione.

E poi, ancora: la bomba fu gettata per risparmiare vite americane, nell’invasione dell’arcipelago che si prevedeva molto sanguinosa. Cioè, l’atomica per farla breve (terza spiegazione). Questa in effetti, stando ai documenti d’archivio, ma lo si può cogliere anche nel film, è forse l’ipotesi più probabile. Ma è anche la più banale e terribile, a pensarci: la più spaventosa arma di uccisione di massa viene usata, alla fine, come si usa una qualsiasi altra arma. Per vincere prima. Va detto però che anche le altre due motivazioni, che pure devono avere avuto un qualche ruolo, non lasciano sperare bene, per il futuro.

Come che sia, abbiamo scelto di aprire subito la porta dell’abisso. Aggiungiamo: senza che tanto bastasse «a rendere inconcepibile la guerra», come sostenevano, all’epoca, i fautori del passo fatale. La bomba nucleare ha avuto in realtà un impatto meramente teorico, a oggi, nelle relazioni internazionali. Le guerre si continuano a fare. Semplicemente, però, chi dispone dell’arma finale (gli Usa in Vietnam, l’Urss in Afghanistan, la Russia in Ucraina) non ne fa uso, anche al costo di perdere, si spera. Su questo assunto, su questa comoda credenza, ci siamo acconciati a vivere, come sotto il vulcano: con la minaccia nucleare a far da Spada di Damocle; ma ancora nel fodero.

Il film Oppenheimer ci ricorda che le istituzioni e l’animo umano, anche nelle democrazie più prospere, sono fragili. Troppo fragili rispetto al mostro cui hanno dato vita. Questo vuol dire che la Spada può essere sfoderata quanto meno ce lo aspettiamo? Certo. Ma vuol dire anche, proprio per questo, che noi tutti dobbiamo lavorare per fortificare le istituzioni democratiche, i check and balances degli ordinamenti liberali, e la magistratura indipendente, e la società aperta: la libertà di parola, di stampa, di critica. Sono questi gli antidoti che rendono più difficile sprofondare nella barbarie.

Pensiamoci.

Più grande è il rischio, più non ci resta che impegnarci per evitarlo: finché abbiamo vita. Non c’è altra strada. E questo si fa difendendo tenacemente il pensiero libero e i diritti umani, per ogni persona. Evitando di metterci sul piano incrinato dei crimini di guerra e della loro propaganda, della loro logica autoreferenziale. Ricordiamocene, soprattutto oggi.

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