Satira e libertà di pensiero sono in pericolo

Thierry Vissol

Il 7 gennaio 2015, cinque dei più famosi vignettisti satirici francesi: Tignous, Wolinski, Cabu, Charb e Honoré furono tra i 12 vittime dell’attentato a Charlie Hebdo, un altro, vignettista e capo redattore di Charlie, Riss, fu gravemente ferito.

Se questa strage di giornalisti-designatori satirici fu la più mediatizzata, è solo la punta dell’iceberg. Secondo Terry Anderson, vicedirettore esecutivo di Cartoonists Rights Network International, che controlla le minacce e gli abusi contro i vignettisti, dal 1999 oltre un centinaio di vignettisti sono stati vittime di «omicidi, aggressioni, rapimenti, intimidazioni fisiche, incarcerazioni, arresti, divieti di viaggio, molestie da parte della polizia, cause legali per motivi politici, congelamento o sequestro di beni, vandalismo, attacchi informatici, molestie online, liste nere e bullismo».

Nell’agosto 2011, il vignettista siriano Alì Ferzat è stato aggredito da uomini armati e mascherati che gli hanno rotto entrambe le mani con un martello, come monito per impedirgli di creare «disegni che disonorano» i leader siriani. Stragi troppo numerose, nonostante trattati e convenzioni internazionali, giurisprudenza della Corte dei Diritti Umani, costituzioni e leggi per garantire la libertà di espressione. *

Quando non vengono uccisi, imprigionati o minacciati, la censura pubblica o privata diventa sempre più presente, particolarmente in Occidente, dove ammazzare o imprigionare oppositori non è (ancora) accettato dal pubblico. Una censura che va fino al licenziamento.

L’anno scorso, il famoso New York Times, considerato da molti modello internazionale di giornalismo e di libertà di stampa, ha pubblicato una vignetta criticando la politica del presidente Trump in Israele.

Dopo il buzz negativo sui social networks creato da gruppi di pressione, ha deciso di non pubblicare mai più vignette satiriche, di licenziare i suoi due vignettisti e di chiudere il suo sito dove vignettisti di ogni parte del mondo proponevano i loro disegni. Lo stesso ha fatto il gruppo Brunswick News Inc. dopo aver licenziato il suo vignettista, Michael de Adder, colpevole di una vignetta contro Trump. Pratiche adesso generalizzate in America. Un secolo fa c’erano negli USA più di 2.000 vignettisti giornalisti professionisti (Editorial cartoonists), oggi ne sono rimasti 25!

Il caso del New York Times cristallizza tutte le difficoltà della professione: censura politica, economica e religiosa, sensibilità pseudo morale travolta da polemiche di gruppi di pressione economici, politici o religiosi sui social network. E così sempre più organi di stampa o politici alla fine si arrendono alla tempesta virtuale.

L’Unione europea e i suoi paesi membri non sono esenti di questa vera regressione dei diritti umani. Nel settembre 2017, il questore del Parlamento europeo, Catherine Bearder, decise di sopprimere 12 vignette previste per una mostra organizzata dall’istituzione, perché considerate troppo offensive per la politica europea o per i suoi leader. All’inizio del 2020, il nostro amico e membro del consiglio scientifico di Libex, Niels Bo Bojesen è stato sotto attacco del governo cinese per avere pubblicato una vignetta nel suo giornale Jyllands Posten, perché «faceva male al popolo cinese» e «oltrepassava il confine etico della libertà di espressione».

Fortunatamente, sia il giornale sia il governo danese hanno preso la sua difesa, ricordando che esisteva in Europa la libertà di stampa e di espressione, obbligando l’ambasciatore cinese a scusarsi. Ma non tutti i nostri paesi reagiscono come i danesi. Ungheria e Polonia non esitano a perseguire, censurare o fare licenziare vignettisti. Dall’inizio del mese di maggio, il vignettista ungherese Gábor Pápai e il suo giornale (d’opposizione) Népszava sono perseguitati dal governo per blasfemia. La causa: una vignetta che prendeva in giro il medico Cecilia Müller, capo del NNK (Centro nazionale della sanità pubblica) e membro del gruppo di lavoro nazionale Coronavirus. Aveva affermato che le vittime del Covid, come Gesù, erano destinate a morire.

In altri nostri paesi ci sono modi molto più sottili per liberarsi di vignettisti critici contro i poteri economici, politici, religiosi o mafiosi. Basta non pubblicarli! La concentrazione dei media, quasi tutti di proprietà di potenti gruppi economici, contribuisce a trasformare il diritto alla libertà di espressione in un semplice concetto astratto ed estraneo alla loro linea editoriale. In molti paesi le riviste di satira politica, spesso esistenti da più di un secolo, sono scomparse. In Italia non esistono più riviste politiche satiriche nazionali, se non il magnifico giornale toscano Il Vernacoliere, «mensile di satira, umorismo e mancanza di rispetto».

Eppure l’Italia è stata dalla fine dell’Ottocento alla Prima muerra mondiale un paese con grandi giornali satirici come L’Asino – È il popolo utile paziente & bastonato, per non parlare de Il Male di Pino Zac degli anni Settanta. Qualche rivista web sussiste, ma non in grado di remunerare correttamente i vignettisti. La Francia con Le Canard Enchaîné, Charlie Hebdo, Siné Mensuel o Siné Madame, per citare solo i più famosi, o giornali come Courrier International che fa della vignetta satirica una sua specialità, è una eccezione. A mia conoscenza, nessun altro presidente di Repubblica o di Consiglio nell’Ue ha mai affermato come Macron in occasione dei suoi auguri alla stampa, nel gennaio 2020: «Voglio che il nostro Paese continui a resistere a quello che io chiamo questo spirito di lapidazione e questa forma di autoproclamato ordine morale. Voglio che nel nostro Paese si possa continuare a criticare molto liberamente qualsiasi forma politica, qualsiasi religione, qualsiasi stato».

L’assenza di reddito fisso o decente per i vignettisti conduce alla scomparsa dei vignettisti professionisti. Come scrive bene Ted Rall, vignettista politico, giornalista e creatore di grafic novels: «I commentatori grafici di domani saranno dei dilettanti ad hoc piuttosto che dei professionisti. Non avranno reddito e quindi tempo per concretizzare le loro visioni creative in opere che soddisfino le potenzialità del mezzo, tanto meno potranno creare un nuovo genere».

Nel nostro mondo falsamente aperto ma interconnesso i vignettisti della stampa – non dobbiamo dimenticare che sono giornalisti professionisti – sono sempre più un facile bersaglio. Nonostante viviamo in un mondo di immagini, l’arte della satira e dell’impertinenza è diventata più difficile e rischiosa che in passato, un’arte che è il fondamento della cultura europea, da Esopo e Aristofane.

É urgente imparare di nuovo a ridere di noi stessi con la distanza e l’intelligenza del pensiero critico se vogliamo affrontare i mali del nostro tempo e delle nostre fragili democrazie. I vignettisti satirici professionisti, finché saranno pubblicati e difesi dai giornali e dai media nazionali, e dai loro lettori ci aiutano a farlo. Questa è la battaglia del Centro Libex della Fondazione Giuseppe Di Vagno.

Ma voi, cari lettori, siete pronti ad impegnarvi con noi in questa sfida della libertà di espressione?


* L’articolo 19 della Convenzione internazionale dell’ONU dei diritti civili e politici (1948), che riprende l’articolo 11 della dichiarazione dei diritti dell’uomo e dei cittadini francese del 1789, il suo primo alinea precisa: «Ogni individuo ha diritto di non essere molestato per le proprie idee»; l’articolo 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentale del Consiglio d’Europa (1950), l’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, parte del Trattato sull’Unione europea (TUE, 2005). Tutti questi trattati o convenzioni internazionali sono stati trascritti o nelle Costituzioni o in leggi nazionali dei paesi firmatari. Negli Stati Uniti, il primo emendamento della Costituzione assicura teoricamente la più larga libertà d’espressione: «Il congresso non promulgherà leggi […] che limitino la libertà di parola, o di stampa». Per i paesi membri del Consiglio d’Europa, la sentenza Handyside (1976) della CEDU (Corte europea dei diritti umani), ha fatto giurisprudenza e si applica alla satira politica. Merita di essere citata: «La libertà di espressione costituisce uno dei fondamenti essenziali di una società, una delle condizioni primordiali del suo progresso e della realizzazione di ciascuno […] vale non solo per le informazioni o idee accolte con favore o considerate come inoffensive o indifferenti, ma anche per quelle che urtano, scioccano o preoccupano le stato o una frazione qualunque della popolazione. Così chiedono il pluralismo, la tolleranza e lo spirito d’apertura senza i quali non v’è società democratica».


L’immagine di copertina è di Emanuele Del Rosso, quelle nel testo rispettivamente di Antonio Antunes e Niels Bo Bojesen. Quelle alla fine dell’articolo di František Kupka, Gabriele Galantara e Niels Bo Bojesen.

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