Cosa significa essere riformisti?

Leonardo Palmisano

La domanda aleggia nel campo delle sinistre da oltre un secolo. La dialettica, non soltanto teorica, tra riformisti e rivoluzionari, per esempio, ha attraversato i partiti socialisti senza essere mai risolta del tutto. Tanto è vero che, oggi che le nuove destre sociali governano il paese, torna l’uso del termine rivoluzione per indurre il Pd (che non è mai stato un partito socialista) a invertire la sua rotta autodistruttiva.

Ora, è evidente che aver pensato di generare un partito (il Pd) elettoralistico, più che governista, ha sconquassato l’idea di riformismo, perché l’ha sottoposta a una torsione impropria, al carico della competizione sempre urgente contro una destra illiberale, con poche idee e tanta voglia di potere. A furia di fare della competitività elettorale e non del cambiamento sociale lo scopo del partito democratico, il riformismo si è spento, ha assecondato il sistema economico in crisi per lasciare spazio a una illusoria visione ottimistica del mondo, dematerializzata, priva di fondamento realistico, sganciata dall’esistenza degli italiani che soffrono.

Il riformismo è stato evocato in tutte le campagne elettorali, ma una sua coerente applicazione non c’è stata nemmeno quando il centro-sinistra ha governato. Certo che sono state fatte delle riforme, ma se messe le une accanto alle altre ci si rende conto che non s’incastrano in un quadro d’insieme, ma cozzano e stridono producendo scintille. La «buona scuola», per esempio, poco ha a che fare con le interessanti riforme di Bersani. Così come la proposta dello Jus Soli (poi diluita in un indigeribile Jus scholae) mal si concilia con gli esecrabili decreti Minniti.

Questo denota incoerenza rispetto ai valori di partenza di qualunque sinistra che si rispetti: quelli del potere (per citare Angela Davis) per raggiungere l’uguaglianza e difenderla.

Detto ciò, nella povertà di pensiero che attraversa la casta politica del centro-sinistra, può valere tutto.

Che Calenda, andando fuori tema come spesso gli accade, candidi Moratti alla presidenza della Regione Lombardia a margine di una manifestazione per la Pace, senza averne parlato con i suoi eventuali alleati.

Che il congresso del Pd, spingendo i personalismi oltre il politicamente corretto, abbia più candidate/i che programmi.

Che i 5Stelle si convertano per istinto di sopravvivenza a un turgido sinistrismo che tanto assomiglia all’estremismo narrato da Lenin in un indimenticabile saggio.

Dov’è la lucidità? Dove il collante per una coalizione riformista?

E davvero è il riformismo la cifra del ribaltamento del dilagare delle destre neofasciste in Italia? Domande alle quali difficilmente sanno rispondere gli attuali gruppi dirigenti dei partiti di opposizione.


Sono interventi su questo stesso tema:
Oscar Buonamano, Costruire il campo dei progressisti, unire i riformisti, o che?
Gianfranco Viesti, Costruire un soggetto politico collettivo, radicato sui territori…
Giovanna Casadio, Appunti sulla sinistra

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