Doc. Nelle tue mani

Giorgio Simonelli

Mentre il pubblico più raffinato, dopo aver visto We are what we are è preso dal problema della compatibilità dello stile cinematografico di Guadagnino con il formato della serie televisiva e si appassiona al Romulus di Matteo Rovere, le masse dei telespettatori tradizionali si affollano attorno a una fiction di Rai 1, fino a costruire audience e share memorabili, quasi montalbaniani. La fiction si intitola Doc. Nelle tue mani.

È un medical drama, genere che non ha mai avuto molta fortuna nella produzione nazionale, a differenza di quella d’importazione, soprattutto americana, dal Doctor House a Grey’s Anatomy, di cui, non a caso, riprende qualche carattere. La vicenda, ispirata molto vagamente e solo nello spunto iniziale a un fatto di cronaca (la perdita di memoria di un medico che deve ricostruire dodici anni di vita dimenticata), si svolge principalmente all’interno di una clinica lussuosa e molto efficiente, dove tuttavia non mancano rivalità, dispetti, insabbiamenti di errori molto gravi, illegalità, accanto a capacità, dedizione, amori per i pazienti e tra i colleghi.

Ci sono nella rappresentazione di questo universo vari elementi che spiegano il successo: un’immagine patinata, un montaggio contemporaneo, una notevole avvenenza dei protagonisti (questa volta diffusa soprattutto sul versante maschile).

Se, come anticipavo, il modello principale è quello di certa fiction americana, emergono nella costruzione della storia e dell’ambiente, anche altri generi della cultura di massa: un po’ di fotoromanzo, qualche deviazione verso il racconto d’appendice. Accanto a questi elementi che garantiscono il successo, la fiction ha incontrato anche alcune situazioni esterne impreviste che ne potevano in teoria compromettere l’esito.

La prima stagione, infatti, era andata in onda nella scorsa primavera, quando gli italiani avevano reagito all’emergenza del virus con l’ottimismo della volontà. Nei giorni dell’andrà tutto bene, dei canti dai balconi e dei medici e infermieri indiscussi eroi, una fiction ambientata in ospedale procedeva sulla cresta dell’onda. Ma sei mesi dopo in un’Italia innervosita, in cui i medici più autorevoli si contraddicono a vicenda in pubblico e la loro eccessiva esposizione mediatica infastidisce più che rassicurare, il momento non sembrava più così favorevole per la messa in onda del sequel. Tanto che – hanno rivelato gli stessi autori – qualche ipotesi di rinvio è circolata.

Il successo, invece, è stato superiore a quello della prima stagione e a questo punto è inevitabile cercare di spiegare il fenomeno in rapporto al contesto socioculturale in cui si è sviluppato. Insomma, per dirla con parole semplici, gli italiani dopo aver visto telegiornali e talk che parlano di malattie, di medici e di ospedali hanno ancora voglia di vedere una fiction che parla di malattie, medici e ospedali.

Certo che sì, se i medici hanno le sembianze di Luca Argentero o Elisa Giomi, potrebbe dire qualche spiritoso. La cosa non è certo da trascurare, ma c’è dell’altro, qualche particolare più complesso. La fiction solo in apparenza può essere considerata inquietante per le tante situazioni di sofferenza, per le tante immagini esplicite della malattia, delle analisi e delle operazioni mediche. In realtà ha caratteri ampiamente rassicuranti che si sviluppano su vari piani.

Il primo è quello dei conflitti. Certo in quella clinica ci sono i cattivi (medici che tradiscono il loro giuramento, personale inefficiente che fa prevalere interessi o pregiudizi privati), ma alla fine verranno sicuramente scoperti e sanzionati. Un altro elemento di rassicurazione riguarda l’efficienza, in un suo aspetto molto preciso e importante sul piano psicologico. Se, come sappiamo, un’esperienza terribile vissuta da chiunque si sia trovato in quella situazione, è quella dell’attesa, ebbene lì in quella clinica non c’è problema. Non ci sono code, né liste di attesa, né notti insonni di angoscia per un esito che tarda ad arrivare, analisi e relativi risultati sono immediati. In più c’è una presenza magica che si dice un tempo albergasse anche tra noi e ora è sparita, quella del cosiddetto occhio clinico, la capacità di un medico di dedurre dai sintomi la natura del male e la sua gravità, assumendosene la responsabilità. In quest’arte il doc. Argentero è eccezionale.

Dunque, non c’è da sorprendersi se milioni di italiani si sono appassionati a questa storia molto consolatoria. Per un paio d’ore la settimana nel nostro immaginario ospedaliero trionfano efficienza, rapidità, intuito diagnostico e meritocrazia, mentre per il resto del tempo nessuno ci sa dire se il nostro starnuto è frutto del primo freddo autunnale o di qualcos’altro e vedendo i talk non riusciamo a capire quale degli scienziati ha ragione e quale ha torto.

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