Il Manifesto del civismo politico di Giuseppe Cotturri

Elio Ceglie

La Corte costituzionale con la Delibera dell’8 gennaio 2020 Modificazioni alle Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale consente per la prima volta alle espressioni organizzate della società civile la diretta interlocuzione con la Corte stessa attraverso «una opinione scritta». Infatti si legge nella delibera: «[…] le formazioni sociali senza scopo di lucro e i soggetti istituzionali, portatori di interessi collettivi o diffusi attinenti alla questione di costituzionalità, possono presentare alla Corte costituzionale un’opinione scritta».
Resta evidente la portata non solo innovativa ma per certi versi paradigmatica della Delibera, nella misura che il paradigma della rappresentanza dell’intera società nazionale (il popolo italiano) che la Costituzione affida ai partiti politici intesi come soggetti politici primari, viene esteso alla società civile, naturalmente sotto forma organizzata ed entro prestabiliti ambiti.

Su questa innovazione Giuseppe Cotturri esercita una riflessione pubblicata sul sito web Questione giustizia promosso da Magistratura democratica dal titolo Cittadinanza attiva/populismo: fare politica con la Costituzione.

A partire dalla riflessione di Cotturri intendiamo aprire una discussione per il valore politico della proposta, un valore oserei dire dirompente.

Il saggio riassume un lungo lavoro di ricerca e di elaborazione ma anche di prassi politica e ha il tono di un vero e proprio Manifesto del civismo politico.
La cittadinanza attiva, sotto l’impulso dello slancio rinnovato della Corte costituzionale favorito dalla nuova presidenza, dal suo ambito originario di esperienze diffuse e molteplici di partecipazione civile e di proposta, trapassa e si trasforma in una categoria direttamente politica configurandosi come soggetto politico tout court.
A mia conoscenza è la critica più radicale, portata dalla sinistra (ex PCI), sia al modello democratico della rappresentanza parlamentare e sia al ruolo del partito politico inteso come asse di questo modello. Entrambi, sistema della rappresentanza e partiti, non essendo più in grado di esprimere la «volontà generale» a causa del deterioramento delle culture politiche e di altri fattori sociologici, devono cedere il passo alla realtà, costituzionalmente riconosciuta, «che i cittadini hanno autonoma capacità di realizzare gli interesse generali».
Cosicché la volontà generale che dà titolo alla formazione della sovranità politica trasmigra dalle élite politiche (i partiti che nel ’48 diedero vita alla Carta fondamentale) a nuove élite germinate dalle esperienze della cittadinanza attiva verso la quale l’amministrazione centrale e i poteri locali non devono fare altro, secondo Cotturri, che orientare «politiche di favore».

In tutto il circuito auto-legittimante del civismo politico che ha nella Costituzione e nel suo «braccio», la Corte costituzionale, il punto di inizio e nel tessuto amministrativo e locale il teatro di formazione e di verifica della volontà generale attraverso l’ «agire sociale autonomo»; in questa circolarità (non c’è spazio vitale per i partiti e le istituzioni rappresentative se non per politiche di favore) la magistratura ha un ruolo di garanzia. Cotturri così conclude: «Ci sono dunque due passaggi che richiedono una valutazione di merito: quello in cui si realizza una iniziativa autonoma dei cittadini, quello in cui le istituzioni mettono in campo una politica di favore. Entrambi sono sottoponibili a accertamento giudiziario, in caso di contrasto tra cittadini e amministratori locali […] Questo progressivo trascinamento di politici e apparati sul terreno della valutazione obiettiva dei risultati del civismo politico e del proprio obbedire a tali indicazioni sarà il portato dunque dell’opera congiunta della magistratura e dell’attivismo dei cittadini».

É un passaggio cruciale, sul quale si invita a riflettere per il suo grado di concentrazione problematica e che abbisogna di un chiarimento. Non si comprende come nella circolarità complessa (complessa perché non ancora organizzata sistematicamente ancorché politicamente) vale a dire nel rapporto tra iniziativa autonoma dei cittadini/partiti/tessuto amministrativo e locale emerga il ruolo della magistratura come soggetto privilegiato di mediazione e, addirittura, di valutazione. Un ruolo che agirebbe sia nei confronti delle performances della «iniziativa autonoma dei cittadini», sia delle politiche delle istituzioni sul campo delle politiche di favore attraverso un accertamento giudiziario «in caso di contrasto tra cittadini e amministratori locali». Posso anche aver capito male ma l’esito della politizzazione del civismo, in questo scenario descritto da Cotturri ed esteso fin dentro il normale funzionamento della macchina pubblica, potrebbe portare, grazie all’«opera congiunta della magistratura e dell’attivismo attivo» al completo esaurimento dei partiti.

La discussione va proseguita per lo spessore culturale dell’autore e per la sua esperienza politica come animatore per molti anni del prestigioso Centro per la riforma dello Stato, nel quale Cotturri ha portato e proseguito anche l’originale percorso di Pietro Ingrao. Cotturri narra il tramonto della politica intesa come capacità specifica di mediazione dei conflitti e degli interessi particolari e come ricerca dell’interesse generale attraverso l’esercizio della mediazione (il percorso gramsciano dell’egemonia) e vede la risorgenza della politica nell’agire spontaneo del sociale costituzionalmente orientato e a cui viene affidato un compito immenso: la definizione dell’interesse generale. La risposta al populismo può venire dal civismo politico? Quest’ultimo non corre il rischio di trattenere il nucleo dell’anti-politica, se non di essere il «populismo delle élite?».

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