Il Milan di Berlusconi, più che una squadra

Giorgio Simonelli

Il trentennale di quella primavera del 1994 (La primavera della patria, come dice il poeta, per alcuni, maledetta primavera come dice Loretta Goggi, per altri) ha dato il via, come era prevedibile, a tutta una serie di rievocazione tra libri, saggi e documentari. Se qualcuno cerca una lettura originale, può guardarsi le due puntate di un documentario che in questi giorni è stato messo in  onda da Sky sport, opera di Riccardo Gentile, Veronica Baldaccini, Davide Bucco e Valentina Campus.  Il titolo, Milan 1994: più che una squadra, suona un po’ beffardo nei confronti del Barcellona e della sua definizione autocelebrativa (Més que un Club) ricordando non solo la vittoria dei rossoneri nella finale di Champions League, ma anche la presunzione con cui i catalani affrontarono quella partita, certi della loro superiorità che si trasformò in una debacle.

Ma il tema del documentario è anche un altro: se il Milan del ’94 era più che una squadra, tutto era dovuto a una coincidenza molto particolare. Quella cavalcata vittoriosa della squadra, che nasce dalla voglia di rivincita dopo la sconfitta nella finale dell’anno precedente contro il Marsiglia e conosce anche vari intoppi, prima di concludersi trionfalmente, coincide e si intreccia con un’altra vicenda: la discesa in campo di Silvio Berlusconi e la sua vittoria nelle elezioni politiche del 1994.

A ricostruire la  delicata storia gli autori hanno chiamato uno stuolo di testimoni  diretti e di  osservatori. Ci sono  i protagonisti dell’impresa sportiva, Galliani, divertente con il suo aneddoto sulla coppa  finita in un sacco della spazzatura, Capello, interessante con le sue notazioni tattiche, Costacurta che fa da conduttore, sempre un po’ sussiegoso, e poi Maldini, Baresi, Tassotti, Filippo Galli, una miniera  di racconti, Savicevic, il più simpatico. Poi ci sono i giornalisti che seguirono da vicino la storia: gli sportivi come Condò, Viscardi, Granello, Pellegatti e i politici come Mieli o Bertinotti  capace di osservazioni acute sia sulla natura della politica berlusconiana sia sulla vexata quaestio della compatibilità tra tifo milanista e opposizione a Berlusconi, tema che mi ha riguardato da vicino e che viene risolto con una brillante riferimento alla maglia, ai colori.

Ma, al di là delle interviste, quello che rende il documentario piacevole e profondo sono le immagini d’epoca scovate dagli autori. Le immagini di Caressa e Porrà giovani cronisti, di Mike Bongiorno che tesse l’elogio di Berlusconi alla vigilia delle elezioni, di Emilio Fede che celebra la sua vittoria elettorale, di Bertinotti che riceve in dono dal Presidente del Consiglio dei ministri l’orologio del Milan.

È da lì, da queste immagini belle, nitide, datate e attuali che emerge la vera lettura di un momento decisivo della nostra storia, da lì affiora quello che Edgar Morin chiama l’esprit du temps. Fino al colpo di genio di  inserire al termine degli highligts del primo tempo di  Milan-Barcellona, il tg  condotto in forma ridotta da Badaloni che annuncia il risultato del voto di fiducia a cui il governo era quella sera sottoposto in senato.

Proprio tutto quel breve tg che gli italiani videro quel 18 maggio nell’intervallo della partita. E se la fiducia al primo governo Berlusconi arrivò, sia pure con un margine ridotto, assai meno ampio del 4 a 0 ottenuto dal  Milan ad Atene, rimane un elemento su cui il documentario con il suo intento storiografico e la distanza di tre decenni ci spinge a riflettere.

Il Milan di Berlusconi era più che una squadra perché, come si sottolinea più volte, era una famiglia, un’organizzazione perfetta e carica di valori. Per questo fu non solo vincente ma ammirato da tutta l’Europa calcistica. Ma l’altra impresa che corre in parallelo, continuamente evocata nel documentario da Berlusconi, quella di costruire un’Italia sul modello Milan, solida, vincente e ammirata all’estero, come è andata?

Credo che le risposte  siano molto diverse in base alle diverse visioni politiche, ma credo di non poter essere smentito se dico che di successi netti, indiscutibili ed entusiasmanti come il 4 a 0 rifilato al Barcellona non ce ne sono stati.

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