Il rebus nel gioco, nel lavoro e nella politica

Pietro Ichino

C’era il lockdown, non si poteva vedere nessuno per mesi, né muoversi da casa. E avevo uno scartafaccio sul quale avevo incollato i rebus più belli incontrati da quando avevo vent’anni. Ho pensato che quello fosse il momento, o mai più, di pubblicare una sorta di antologia, cercando di rendere partecipe il grande pubblico del fascino di quei capolavori. Poi, commentandoli, mi sono accorto che per renderne accessibile il gusto ai profani occorreva fornire loro almeno il know-how essenziale per la soluzione; così è nata una guida, un po’ tecnica e un po’ esistenziale, a un mondo meraviglioso che è sconosciuto a troppe persone, anche tra le più colte.

Il gioco dei rebus, come quello degli scacchi, è una metafora della vita. Accade spesso anche nella vita reale, come nei rebus, che sotto la realtà apparente si nasconda una verità che bisogna saper leggere. Ancora più impressionante è l’analogia tra i rebus e i sogni; come nei rebus – lo ha detto per primo Freud – anche nei sogni noi vediamo delle immagini, talvolta surreali, delle quali dobbiamo cercare il significato nascosto. E in entrambi i casi c’è una tecnica per farlo: L’ora desiata vola si propone di introdurre il lettore inesperto a questa tecnica sul versante dei rebus, con un occhio al versante del sogno.

C’è un’analogia forte anche tra il mondo dei rebus e il genere letterario del giallo: il solutore è un po’ come il detective che si trova di fronte a diversi indizi e deve capire quali di questi conducono alla scoperta dell’assassino, saperli mettere insieme e trarne le conseguenze. Come il lettore del giallo prova piacere non solo se riesce a trovare l’assassino prima della fine del libro, ma anche se si lascia condurre per mano fino alla scoperta nell’ultima pagina, allo stesso modo, quando un rebus è veramente bello, un piacere straordinario è dato non solo, come è ovvio, dal riuscire a risolverlo, ma anche dall’ammirazione che si prova per la metamorfosi del testo quando si apprende la soluzione senza essere riusciti a trovarla da soli.

Per tante persone è un rebus anche il tessuto produttivo, il mercato del lavoro: l’apparenza è che il lavoro non ci sia, ma la realtà è che ci sono grandi giacimenti occupazionali nascosti. In un terzo dei casi, oggi in Italia, le imprese non trovano le persone di cui hanno bisogno; sono circa 100mila posti che ogni mese restano a lungo scoperti a causa del difetto dei servizi necessari per mettere la domanda in comunicazione con l’offerta. Come per la soluzione di un rebus, occorre saper scoprire la realtà che si cela sotto l’apparenza, disponendo dei percorsi di informazione, formazione mirata, mobilità, necessari per la transizione dalla scuola, oppure dal vecchio lavoro, al nuovo.

Saper scorgere il messaggio che si nasconde sotto le cose è essenziale anche nel mondo della politica. Forse più qui che in tanti altri campi. Se l’essenza del rebus è il testo bisenso, cioè il testo che ha un primo significato corrispondente alla prima apparenza e un secondo diverso ma più vero, la politica è piena di rebus. E il buon politico deve saperli risolvere in fretta. Il linguaggio dei politici è spesso strutturato in modo da significare una cosa per il grande pubblico e un’altra per gli addetti ai lavori.

In qualche misura è inevitabile che le cose vadano così: non bisogna scandalizzarsene troppo. Perché il discorso politico è rivolto, al tempo stesso, alla grande massa degli elettori e al ristretto novero degli addetti ai lavori. E questo non accade solo nell’agone politico. Però attenzione: la doppiezza è il risultato della cattiva politica. La buona politica è quella che trova una sintesi nella dialettica fra l’esigenza di farsi capire e approvare dalla grande massa degli elettori e quella di fare le cose giuste, molto spesso impopolari.

In tutte e tre le legislature nelle quali sono stato parlamentare, ho vissuto questa dialettica come una sfida quotidiana, più problematica di quanto non fosse per gli altri politici che mi stavano intorno. Perché lo studioso che viene prestato alla politica, come nel mio caso, si trova inevitabilmente nell’alternativa tra dire le cose gradite al grande pubblico e dire le cose che sa essere necessarie per il bene del Paese e sa essere suo dovere dire, come intellettuale consapevole della propria responsabilità. La difficoltà sta proprio nel raccogliere il consenso degli elettori su scelte che a prima vista appaiono contrarie ai loro interessi. Cioè far capire agli elettori la verità che, come nei rebus, si nasconde sotto le apparenze.



L’immagine che accompagna l’articolo è di Gabriella Clare Marino

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