La giustizia climatica dopo Glasgow: dalle stanze della Cop26 a quelle dei tribunali

Marica Di Pierri

Se la governance non riesce ad agire contro la più grande minaccia globale, si moltiplicano le azioni legali contro Stati e imprese per inazione climatica. Il bilancio delle Cop26 e il rilancio dei movimenti per la giustizia climatica, anche in Italia.

L’immagine simbolo che resterà della Cop26 conclusasi una settimana fa a Glasgow è quella del presidente della conferenza, il ministro britannico Alok Sharma, costretto a fermarsi durante la conferenza stampa di chiusura. Una pausa per evitare di piangere, contenere la delusione e il nodo in gola, mentre confessa di aver sentito «il peso del mondo sulle spalle». Rassicura i giornalisti riuniti parlando di un risultato comunque positivo, ma è chiaro che tra le righe c’è la tensione e l’amarezza per un accordo finale, il Glasgow Climate Pact che è eufemistico definire a ribasso.

Dal 1992, anno in cui venne siglata a Rio de Janeiro la UNFCCC, Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti climatici, per ventisei volte i leader del mondo e le folte delegazioni di negoziatori hanno preso aerei, attraversato il pianeta, si sono riuniti, hanno discusso, fatto saltare tavoli o trovato timidi compromessi, limato virgole, trattato su aggettivi e avverbi.

Hanno siglato due accordi finalizzati a contrastare i cambiamenti climaticiil protocollo di Kyoto nel 1997 e l’Accordo di Parigi nel 2015.

Quest’ultimo, salutato come successo diplomatico senza precedenti, ha fissato come obiettivo il contenimento dell’aumento della temperatura media mondiale a fine secolo «ben al di sotto di 2° C» impegnandosi a limitarlo entro 1,5° C rispetto ai livelli preindustriali. L’accordo del 2015 è stato firmato da ben 197 paesi, praticamente la totalità degli aderenti all’UNFCCC, ponendo le basi per la messa a punto di impegni e strumenti capaci di fare la differenza.

Eppure, a 6 anni da Parigi e a 29 da Rio, anziché essere risolta – o almeno sulla via per essere contenuta – l’emergenza climatica impazza indisturbata.

L’emergenza climatica nei dati scientifici
Negli ultimi decenni la scienza del clima ha fatto passi da gigante. Le evidenze scientifiche che hanno ricostruito (con puntualità e gradi di certezza progressivamente maggiori) cause, entità e impatti degli stravolgimenti climatici, disegnando scenari futuri a tinte fosche, sono pressoché infinite.

Oggi l’intera comunità scientifica internazionale (ovvero più del 99% degli scienziati) afferma con certezza che i cambiamenti climatici in corso sono altra cosa dalla naturale variabilità climatica che ha caratterizzato le ere geologiche e che la loro origine è antropica, ovvero sono causati dalle attività umane. Vista la rapidità dei cambiamenti, la pervasività crescente degli impatti e i trend registrati, gli enti scientifici raccomandano di agire con decisione e rapidità per contenere il processo di riscaldamento globale scongiurando così gli effetti più drammatici. Agire vuol dire sostanzialmente: rimuovere le cause alla base degli stravolgimenti climatici, ovvero ridurre cospicuamente e poi azzerare le emissioni in atmosfera di Co2 e altri gas a effetto serra.

All’inizio di agosto è stato pubblicato l’attesissimo contributo del Working Group I dell’IPCC, massimo foro internazionale per la scienza del clima.

Il report anticipa la pubblicazione del Sesto Report di Valutazione (AR6) cui seconda e terza parte saranno pubblicate nel corso del 2022 ed elenca la spaventosa serie dei record registrati dagli scienziati: «Molti dei cambiamenti osservati nel clima sono senza precedenti da migliaia, se non centinaia di migliaia di anni, e alcuni dei cambiamenti già messi in moto, sono irreversibili per centinaia o migliaia di anni». È la prima volta che l’aggettivo irreversibile viene associato al presente indicativo e non al condizionale, non ad un rischio futuro. Redatto da oltre 230 scienziati, sottoposto a un processo di revisione che coinvolge migliaia tra esperti e funzionari, basato su oltre 14.000 citazioni di dati, studi e paper scientifici, lo studio certifica che tutti i principali indicatori climatici (riguardanti ciascuna delle componenti del sistema climatico, ovvero oceani, atmosfera, ghiacci) stanno cambiando ad una velocità mai osservata prima.

Non serve tuttavia conoscere la letteratura scientifica per rendersi conto dei pericoli in campo; basta leggere le notizie che sempre più spesso arrivano da ogni angolo del mondo per prendere coscienza della gravità della minaccia legata al clima. I 12 tornado che nei giorni scorsi hanno spazzato la Sicilia assieme al recente uragano che si è abbattuto sul catanese; i roghi inarrestabili che hanno interessato la regione mediterranea durante l’estate, le inondazioni in Germania, nella provincia di Henan in Cina, in ampie zone della Nuova Zelanda, dell’Iran e della Nigeria, le temperature che hanno letteralmente arso il Canada, le siccità severe in Italia e all’estero o le estati sempre più torride sono istantanee di una emergenza già ora fuori controllo. Le stime globali dei decessi prematuri dovuti soltanto a caldo e freddo estremo toccano già attualmente l’impressionante cifra di 5 milioni di persone l’anno.

Le cronache ci restituiscono dunque la fotografia di un pianeta sull’orlo del caos climatico.

Gli scienziati lavorano senza sosta per misurare anno dopo anno variazioni climatiche, costruire scenari aggiornati e denunciare il progressivo peggioramento degli impatti, raccomandando timeline e target di riduzione necessari a ridurre i rischi.

Ma la realtà è che anziché ridursi, i gas serra continuano ad aumentare. Secondo l’ultimo Emissions Gap Report, pubblicato dalla UNEP subito prima dell’inizio della Cop26, le concentrazioni atmosferiche di tutti i principali gas clima alteranti hanno continuato a crescere anche nel 2020 (anno dei lockdown) e attualmente sono più alte che in qualsiasi momento negli ultimi due milioni di anni. Contemporaneamente l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, nel Bollettino annuale sui gas serra ha diffuso i dati aggiornati secondo cui il livello di Co2 in atmosfera ha raggiunto il valore medio di 413ppm, con picchi di 420. Appena cinque anni fa era 400.

Cos’è successo a Glasgow
Al termine di uno degli anni più drammatici dal punto di vista climatico, dopo due anni di stop delle negoziazioni causa Covid, con evidenze scientifiche di massimo allarme sul tavolo, viene da sé che sulla Conferenza di Glasgow fossero concentrate molte aspettative.

Ma qual è il bilancio del summit? Di certo, la Cop26 non è stato il punto di svolta necessario. Le decisioni prese (e ancor più quelle non prese) sono drammaticamente inadeguate al livello del pericolo incombente. La definizione di tutti i punti sostanziali è rimandata, annacquata o saltata.

Sull’aumento dei target di riduzione delle emissioni, è tutto slittato di un altro anno. Il testo finale esorta infatti le parti a «rivedere e rafforzare gli obiettivi al 2030» entro la fine del 2022, per allinearsi agli obiettivi stabiliti a Parigi.

L’anno entro cui raggiungere emissioni zero è stato definito dal 90% dei paesi. Nel documento finale «entro» il 2050 è stato sostituito da «intorno» al 2050, ma alcune nazioni, anche di peso, si sono date orizzonti temporali che a sentire la scienza sono fuori tempo massimo; 2060 Cina e Russia, 2070 l’India. Il Phase out (eliminazione) del carbone come fonte energetica è diventato phase down (diminuzione), e il mini accordo firmato durante la prima settimana cui hanno aderito poche decine di paesi ha fissato come time line la fine del decennio 2030 per i paesi industrializzati e del 2040 per il resto del mondo, con le defezioni di Cina (che intanto ha aumentato la produzione di 1 milione di tonnellate al giorno) India, Usa e Australia.

Un velo pietoso – letteralmente – va poi steso sul nulla di fatto in cui sono finite due settimane di annunci sulla finanza climatica e i 100 miliardi di euro l’anno del Climate Fund stanziati dai paesi più ricchi che dovrebbe aiutare i paesi vulnerabili a mitigare e adattarsi ai cambiamenti climatici. Il testo finale, arrivato con 24 ore di ritardo e dopo febbrili negoziazioni, se la cava esprimendo «profondo rammarico» per non essere riusciti neanche questa volta a onorare l’impegno finanziario sottoscritto più di 10 anni fa e divenuto uno degli spauracchi – un fantasma – che si aggirano per le stanze delle negoziazioni Onu.

Infine, resta nella stanza un enorme, gigantesco elefante che pesa 5,9 trilioni di dollari annui (stime FMI); un elefante che si chiama Sussidi alle fonti energetiche fossili. Senza mettere un argine alla pioggia di sussidi climaticamente dannosi le politiche di decarbonizzazione da sole non hanno nessuna possibilità di sostituire l’impero di carbone, petrolio e gas.

Ma i commentatori hanno giocato anche a trovare e evidenziare i passetti avanti di questa Cop. Che sono pochi, simbolici, pallidi e insufficienti. Ma ci sono: la menzione ai combustibili fossili (prima volta nella storia) in una decisione finale della Cop; la menzione dell’obiettivo di contenimento delle temperature medie entro i +1,5°C al 2100, che rischiava di saltare; la menzione (anche qui prima volta nella storia) di un target quantitativo da raggiungere per la riduzione delle emissioni,  -45% al 2030; la revisione degli obiettivi nazionali con cadenza annuale e non più quinquennale.

Sono di certo, tutti, dei passi in avanti per il processo negoziale e per la diplomazia, ma non per l’efficacia delle politiche climatiche globali. Nei giorni della Cop il CAT – Climate Action Tracker -, organismo indipendente di esperti climatici della massima autorevolezza, ha calcolato che, tenendo in conto anche le promesse di Glasgow, l’aumento di temperature a fine secolo sarà di almeno +2,4°C. Siamo ancora molto lontani dall’obiettivo dell’accordo.

Dalle COP ai tribunali
Se questi sono i risultati della 26° Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite sul clima, dall’altro lato – dal campo ampio della società civile e del movimento globale per la Giustizia Climaticaemergono proposte, denunce, istanze di protezione e strumenti di battaglia nuovi, che puntano a acquisire incidenza nei processi decisionali e ad esse concreto stimolo alle policy climatiche.

Da un lato, resta l’importanza del piano mobilitativo; con il ruolo di sprone all’agenda politica e all’opinione pubblica che hanno e possono avere le manifestazioni oceaniche dei giovani che hanno caratterizzato gli ultimi anni. Manifestazioni interrotte dalla pandemia ma riprese con grande forza ad esempio in Scozia, dove in oltre 250.000 persone hanno sfilato il 6 novembre in occasione del Global Day of Action.

Dall’altro, c’è un filone legale di estrema rilevanza che ha iniziato negli ultimi anni ad utilizzare con frequenza l’arma giudiziaria come grimaldello contro le inadeguate politiche climatiche promosse a livello nazionale. Si tratta delle climate litigation.

Dopo quasi 30 anni di negoziati, altrettanti di mobilitazioni, denunce e campagne sociali, la lotta contro i cambiamenti climatici ha affilato i suoi strumenti sbarcando di fronte alle Corti in più di 40 Paesi.  Di fronte all’inazione o alla mancanza di ambizione dei governi, agli impatti causati dalle attività industriali, allo scorrere delle Cop annuali senza avanzamenti incoraggianti, ricorrere alle vie legali è la scelta che in sempre più paesi cittadini e associazioni operano per fare pressione ed essere ascoltati.

Oggi sono più di 1600 le cause avviate contro governi, imprese o singoli progetti ad alto impatto climatico, con un unico obiettivo: arginare l’emergenza climatica. Non si tratta di azioni simboliche o di sperimentazioni. I casi in cui la società civile ha riportato sonore vittorie sono in vertiginoso aumento. Dopo il pionieristico caso Urgenda in Olanda, il primo, nel 2019, ad essere vinto dai ricorrenti in via definitiva nel vecchio continente, con la condanna dello Stato ad aumentare i target di riduzione delle emissioni, è stata la volta della Francia, con L’Affaire du Siecle, del Belgio, dell’Irlanda, della Germania, con la storica pronuncia della Corte Costituzionale nella scorsa primavera. Ora è il turno dell’Italia.

Giudizio Universale: La causa climatica contro lo Stato Italiano
Dal giugno scorso anche l’Italia ha la sua climate litigation. Lanciata dall’associazione A Sud, che ne è prima firmataria, l’azione è stata depositata a nome di 203 ricorrenti, tra cui 24 associazioni e 17 minori, 162 adulti dinanzi al Tribunale Civile di Roma.

Per raccontarla e promuoverla è nata la Campagna Giudizio Universale cui aderiscono oltre 100 tra associazioni, movimenti, società scientifiche e gruppi locali. L’obiettivo dell’azione legale è chiedere al giudice di riconoscere che l’Italia è responsabile di inazione climatica e imporre allo Stato di moltiplicare i suoi impegni di riduzione.

Al di là della retorica delle dichiarazioni pubbliche, infatti, l’Italia non è un buon esempio in ambito climatico. A politiche correnti, al 2030 l’Italia ridurrebbe di appena il 26% le emissioni, circa la metà del più blando dei target raccomandati della comunità scientifica. Con il PNIEC ha previsto di aumentare la percentuale al 36%, ma il piano implementativo langue. Se tutti i Paesi seguissero tale esempio lo scenario a fine secolo sarebbe torrido, con +3 °C di temperature medie.

Anche all’ultima Cop l’Italia non ha brillato, anzi. Si è sfilata dall’accordo sul settore automotive per un’uscita rapida dalla produzione di veicoli a benzina, ha aderito non come parte ma come friend all’accordo BOGA per rinunciare a investimenti esteri in oil&gas e il ministro Cingolani è  tornato candidamente a parlare di nucleare come panacea di tutti i mali e del gas come migliore amico della transizione.

Dall’altra parte, l’Italia rischia di sacrificare tantissimo sull’altare dei cambiamenti climatici, in quanto presenta una straordinaria vulnerabilità climatica già oggi. Che andrà a peggiorare negli anni a venire. Penisola distesa nel mediterraneo, ha un territorio a rischio inondazioni, siccità, desertificazione ed eventi estremi come pochi altri.

Con la situazione attuale, i report ufficiali prevedono per il nostro Paese aumenti delle temperature compresi tra +1.8°C e +3.1°C nel corso del secolo, una cifra che toccherebbe quota +3.5° / +5.4°C nei più catastrofici tra gli scenari ipotizzati. Secondo il World Atlas of Desertification, le aree ad alto rischio di desertificazione interessano almeno il 20% del territorio italiano.

Intere zone costiere sono poi a rischio scomparsa per via dell’innalzamento dei mari. Non solo Venezia e l’alto Adriatico, ma anche vaste aree di Abruzzo, Puglia (sull’Adriatico) e Toscana, Lazio, Campania, Sardegna e Sicilia (sul Tirreno) sono a rischio erosione costiera o a rischio inondazione.

Il paese infine è sempre più drammaticamente battuto da eventi estremi. In dieci anni sono stati 946 gli eventi estremi che hanno interessato 507 Comuni diversi. Secondo il Climate Risk Index 2020, pubblicato annualmente dalla ong tedesca Germanwatch, che prende in considerazione il periodo 2000-2019, l’Italia è al 22° posto per vulnerabilità climatica e addirittura al 6° per numero di morti registrati in eventi climatici estremi.

Le argomentazioni del ricorso sono sostenute da dati scientifici ufficiali nonché da uno specifico studio commissionato da A Sud a Climate Analytics, una delle più importanti organizzazioni che si occupano di ricerca sul clima. L’ente ha calcolato in base al carbon budget nazionale (quanto abbiamo già emesso in atmosfera) e al principio di equità che informa il diritto climatico, che il nostro Paese dovrebbe diminuire le sue emissioni di ben il 92% entro il 2030 per poter rimanere in linea con gli accordi di Parigi. Più del triplo di quanto attualmente in campo.

Per fare pressione sul governo è stata lanciata su Change.org una petizione in sostegno della Causa del Secolo, con cui chiedere  al governo Italiano di aumentare considerevolmente i suoi obiettivi di riduzione delle emissioni clima-alteranti.

Il prossimo appuntamento è in tribunale, per il 14 dicembre. Giorno della prima udienza.

Ci vediamo nelle stanze della prossima Cop. Ma anche nelle piazze. E nelle aule di giustizia.


Per approfondire
La causa del secolo. La prima grande azione legale contro lo Stato per salvare l’Italia (e il pianeta) dalla catastrofe climatica,
a cura di Marica Di Pierri, prefazione di Luca Mercalli. Round Robin Editrice

Tutti i proventi delle vendite vanno a sostegno della campagna Giudizio Universale

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