La radio, un mondo intero che entra nelle case

Nella giornata mondiale della radio, cent’anni di radio in Italia

Giorgio Simonelli

In occasione della Giornata mondiale della radio, il professor Giorgio Simonelli, che ha insegnato Storia della radio all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, scrive questo articolo come omaggio al medium più amato dagli italiani.

La radio, compagna di viaggio per eccellenza, intrattiene e informa da più di cento anni e oggi che si celebra la giornata mondiale della radio, in Italia celebriamo il compleanno numero cento.

Regge bene l’urto del tempo il medium più seguito dalla popolazione italiana che è anche il più antico mezzo di comunicazione di massa. In principio fu la BBC, e poi via via tutti glia tri. Ma andiamo con ordine.

Il 6 ottobre del 1924 dalla stazione di san Filippo in Roma, annunciato dalla voce di Maria Luisa Boncompagni, andò in onda un concerto di musiche di Haydin. Due anni prima erano iniziate le trasmissioni della BBC e l’anno prima quelle della radio francese e di un’emittente privata, la Telefunken, in Germania. Ma la svolta decisiva era avvenuta al di là dell’oceano, negli Stati Uniti d’America, dove, dopo un lungo periodo di incertezze, l’idea di una radio come broadcast, come medium di massa aveva prevalso sulla vecchia ipotesi di un mezzo di comunicazione da punto a punto, il famoso telegrafo senza fili.

Era l’idea che David Sarnoff aveva proposto già nel 1916 alla Marconi Company di cui era ancora un semplice impiegato, l’idea che gli era nata già quattro anni prima, la notte dell’affondamento del Tiitanic, l’idea della radio come music box, un contenitore di musica messa disposizione di tutti.

Dopo la fine della guerra con la nascita della RCA e l’acquisizione da parte della nuova società delle proprietà americane del gruppo Marconi, il progetto di Sarnoff, che pochi anni prima pareva il sogno di un visionario, era una realtà in rapidissima diffusione e in vertiginosa crescita economica. Anche in Italia la musica diventava la base dell’emissione radiofonica. Uno studio molto approfondito di Barbara Scaramucci pubblicato in un volume edito dalla Eri calcola che negli anni Venti l’offerta musicale copre l’80 % del palinsesto radiofonico concentrato nelle ore serali.

Ma, a differenza delle scelte musicali delle emittenti americane, nella radio italiana la spazio maggiore è dedicato al bel canto, alla tradizione nazionale della lirica e in misura minore alla musica sinfonica, mentre per una presenza maggiore della musica leggera, con le sue canzonette, occorrerà aspettare il decennio successivo e soprattutto il secondo dopoguerra.

Tornando ai giorni della nascita, occorre ricordare come la prevalenza quantitativa della musica non esaurisca il campo di intervento della radio. Oltre al modello americano, una radio europea e di natura pubblica non può non tener conto del modello per eccellenza, quello della BBC, dove si è imposto il progetto di John Reith, il suo direttore, con la celebre triade, detta appunto reithiana, che  prevede accanto all’intrattenimento musicale la presenza indispensabile di programmi di informazione e divulgazione.

Anche i palinsesti della radio italiana ospitano fin da subito frequenti appuntamenti con la divulgazione culturale, scientifica, storica organizzati soprattutto nella forma di conversazioni di esperti. Più delicata la questione dell’informazione. I notiziari inizialmente basati sui dispacci dell’ARI, l’agenzia del gruppo Marconi, dalla fine di ottobre del 1924 hanno come fonte delle notizie l’agenzia Stefani designata dal governo come unica fonte ufficiale. Proprio nelle stagioni in cui la BBC, in occasione del famoso sciopero generale del 1926, manifesta la sua indipendenza, la sua posizione terza rispetto al governo e ai sindacati, entrambi critici rispetto al suo modo di trattare la notizia, nella radio italiana si afferma la confusione tra informazione e propaganda del regime.

C’è un fatto che continua a suscitare sorpresa e ammirazione e su cui ci si interroga a ogni ricorrenza.   Qual è il motivo che consente alla radio di essere ancora viva, vitale e affascinante cento anni dopo la sua nascita e dopo che più volte nel corso del suo secolo di vita ne è stata annunciata la morte o almeno la sua marginalizzazione, la condizione di forgotten medium che in vari momenti le è stata attribuita?

Credo che il segreto stia proprio nella sua origine, che rappresenta uno snodo fondamentale nella storia dei media. L’invenzione della radio e la sua diffusione come medium si pone la centro di un processo fondamentale nelle società evolute, quello che vede lo spostamento dell’intrattenimento e dell’uso del tempo libero da luoghi esterni deputati, all’interno dell’abitazione domestica.

Se il teatro, il cinema, i concerti prevedevano la fruizione in apposite sedi con la creazione di comunità legate a un evento, la radio inaugura la linea del consumo culturale domestico, familiare: informazione, musica, intrattenimento, divulgazione, arrivano spontaneamente al destinatario nel suo ambiente più familiare. È un mondo intero che entra nelle case. Su questa strada si avvieranno più avanti la televisione e la rete, ma ad aprirla è stata la radio in uno slancio di modernità che ancora la caratterizza.

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