La scommessa del Terzo polo

Sergio Baraldi

La decisione di Carlo Calenda e di Matteo Renzi di lanciare il Terzo polo cambia il gioco elettorale, imperniato finora sulla sfida bipolare, ma non è detto che riesca a modificare l’esito delle elezioni. La destra resta favorita secondo i sondaggi e il Terzo polo rischia di indebolire proprio il centrosinistra soprattutto nell’uninominale (dove la destra è più coesa), mentre la partita potrebbe essere meno scontata nella parte proporzionale.

Il Terzo polo allora deve essere considerato una proposta politica senza futuro? Sarà un piccolo centro destinato a contare poco?

È una risposta plausibile. Ma non è l’unica possibile: il terzo polo può avere un maggiore valore se si guarda alla prospettiva di medio periodo più che a quella brevissima delle elezioni. L’alleanza a cui Azione e Italia Viva hanno dato vita apre una nuova prospettiva, legittima una cultura politica finora dispersa all’interno di diversi partiti, poco rappresentata ma ben collegata in Europa. Il Terzo polo non guarda tanto a l’ora quanto a l’allora. La sua scommessa è incerta, ma interessante da esaminare.

La ridefinizione del conflitto e il moderato radicale
Il professore Mastropaolo, uno dei più autorevoli studiosi di scienza politica, nei suoi colloqui con i lettori sui social insiste sul fatto che le elezioni sono spesso determinate dall’inerzia del comportamento elettorale. In effetti gli elettori a grande maggioranza non votano la prima volta. Ogni elettore ha una biografia politica che orienta le sue scelte, perché tende a valutare le alternative attraverso le proprie esperienze passate. Questa inerzia ha più probabilità di ripresentarsi quando le proposte politiche riproducono immagini e parole d’ordine di una competizione già vissuta.

È quello che sta accadendo: torna il duello destra-sinistra, riecheggiano campagne elettorali del passato (destra pericolosa, sinistra che tassa). Soprattutto la destra appare vecchia: la Meloni è inseguita dall’ombra del postfascismo, Berlusconi sembra imitare il sé stesso del 1994, Salvini riparla di immigrati, nel programma elettorale ricompare il Ponte sullo Stretto, onnipresente da 20 anni o la flat tax ancora invocata e mai realizzata neppure dai governi di destra.

Il bipolarismo si è stabilizzato e i flussi tra le coalizioni sono limitati.

L’elettorato si presenta ancora una volta abbastanza statico. Una rilevante eccezione fu il 2018, quando una parte di elettori di destra e di sinistra decise di infrangere lo schema e di votare per protesta il M5S. È più ampio invece il movimento all’interno delle coalizioni con spostamenti tra i partiti di un campo (il calo della Lega a vantaggio di Fratelli d’Italia). Tuttavia, la fedeltà di voto è diventata leggera, appare disancorata dagli schemi della competizione tradizionale. Ci sono alcuni nuovi fattori che possono rendere più fluide le decisioni dei cittadini. E il Terzo polo introduce nello spazio politico la possibilità di una dinamica nuova.

Calenda ha conquistato una centralità politica impostando una ridefinizione del conflitto. Letta insiste sulla questione sociale e sul rischio di isolarci in Europa; la Meloni vuole la repubblica presidenziale e attacca la sinistra. Entrambi hanno interesse a investire sulla polarizzazione, a descrivere il voto come una gara esclusiva tra i due poli e tra i due leader.

Per ritagliarsi uno spazio, la mossa del Terzo polo consiste in una rappresentazione diversa attraverso lo spostamento del conflitto dall’asse destra-sinistra a uno scontro più ampio tra un sistema di valori e un sistema di disvalori (democrazia contro populismo). Del resto Calenda ha spiegato la rottura del patto con il Pd con la necessità di scongiurare le ambiguità del messaggio che sarebbe arrivato all’elettorato: la duplice alleanza immaginata da Letta, quella programmatica con Azione e quella elettorale con Fratoianni (Sinistra italiana) e Bonelli (Verdi), portatrici di progetti politici contrastanti, avrebbe ingenerato confusione tra gli elettori. Sono con Draghi o no? Sono per l’Europa o no? Per evitare questa contraddizione, che lo avrebbe imprigionato, Calenda ha preferito ritirarsi. Emma Bonino, sua alleata, gli ha rinfacciato un comportamento truffaldino. In realtà Calenda si è rivelato coerente con la rappresentazione del conflitto che vuole imporre all’agenda pubblica: l’opposizione tra democrazia e populismo, che ha in Mario Draghi il suo simbolo più credibile, che oltrepassa quella bipolare destra-sinistra. Ha difeso cioè la sua interpretazione della realtà, il suo sistema di valori contro quello degli altri. Con questa operazione Calenda ha parlato all’identità dei cittadini prima che ai loro interessi. Si tratta di una scelta importante per il Terzo polo. Anche perché mette in scena la figura del moderato radicale.

Identità, interessi e orientamenti di valore
Il rapporto tra interessi e identità è complesso e altalenante. Fino agli anni Settanta erano gli interessi a prevalere e a dare forma alle identità (sono operaio e sono di sinistra, sono commerciante e sono di destra). Oggi l’identità sembra prevalere e filtrare gli interessi. È in virtù di questa trasformazione che una parte della classe operaia vota a destra in tutto l’Occidente.

Lakoff, linguista e studioso di scienze cognitive, ha spiegato che più che per gli interessi materiali si tende a votare per affermare un’identità. E una ragione è che i valori, cioè i principi scelti come preferibili e desiderabili che orientano il comportamento e il giudizio, diventano molto più rapidamente delle questioni emotive. Per Lakoff, infatti, «le giuste circostanze hanno sempre un carattere emotivo». Il segreto di una campagna elettorale sarebbe saper suscitare negli elettori i «sentimenti giusti» e non solo presentare gli argomenti migliori.

Questo approccio è stato messo in pratica più a destra che a sinistra, dove sono storicamente legati a una concezione del soggetto razionale, ritenuto capace di valutare le alternative. Ma molti studi ormai mettono in risalto come il messaggio non debba solo contenere argomenti ma anche ideali, principi, emozioni.

Il Terzo polo, i cui leader provengono da una cultura progressista, sembra voler applicare questi insegnamenti.  Non ignora la questione sociale e il tema degli interessi, che hanno una indubbia rilevanza, ma la assorbe nel più generale conflitto tra sistemi di valori (democrazia verso populismo) che ha una forte connotazione affettiva. In questo modo Calenda si candida a diventare centrale non perché riesuma la vecchia concezione di porsi al centro dello spazio politico per mediare; al contrario, si colloca al cuore del conflitto proprio per non mediare. Del resto, che non intenda mediare lo ha dimostrato facendo saltare l’intesa con il Pd e rinunciando a una quota di collegi sicuri.

Non ci possono essere mediazioni tra l’Europa reazionaria della destra, quella che vorrebbe il primato del diritto nazionale mettendo in crisi l’Europa e l’euro, e quella impersonata da Draghi, vale a dire della cultura liberaldemocratica europea. La campagna elettorale ci dirà fino a che punto questa ridefinizione del conflitto riuscirà a modellare il discorso pubblico.

Intanto compare sulla scena la figura del moderato radicale, vale a dire di chi sente la responsabilità di un contesto sociale complesso e risponde alla necessità di trovare un equilibrio tra compatibilità economiche, sociali, istituzionali diverse, ma che è intransigente e audace nel cercare soluzioni che cambino in profondità il Paese. La figura del moderato radicale tende a coniugare la compatibilità e la radicalità del cambiamento. Da notare che un’elezione amministrativa è stata vinta poche settimane fa da una simile figura: a Verona il cattolico Tommasi è diventato sindaco, sconfiggendo per la prima volta da decenni la destra.

Il fallimento del populismo di governo e le nuove identità
Secondo la scienza politica classica, a iniziare dalla teorizzazione di Stein Rokkan, il radicamento dei partiti nelle società democratiche e il comportamento di voto, hanno come fondamento le fratture, le divisioni sociali, i cleavages, che si sono sviluppati nel corso della costruzione degli stati nazionali. I partiti sono stati l’espressione istituzionalizzata di queste fratture che incapsulano gli elettori a seconda della loro collocazione rispetto a queste divisioni e forniscono una identità politica. Le fratture tradizionali sono quelle tra capitale e lavoro, tra stato e religione, tra centro e periferia. Ma dopo le trasformazioni di questi decenni le differenze strutturali, per esempio di classe e di religione, si sono indebolite e si sono aggiunte nuove differenziazioni. Anche i valori hanno subito una trasformazione: i valori materialisti, secondo la classica ricerca di Inglehart, si sono indeboliti rispetto a quelli postmaterialisti legati al processo di individualizzazione.

Le appartenenze e le ideologie hanno allentato la presa sugli individui. La trasformazione del lavoro ha spostato il baricentro della struttura produttiva dall’industria al terziario, mentre avanza un profondo cambiamento innescato dalla rivoluzione tecnologica, che investe quello che era uno dei capisaldi dell’asse destra-sinistra. Questi fenomeni descrivono un contesto in rapido mutamento, che contribuisce a mettere in discussione gli orientamenti di valore. La questione oggi è se sia emersa in Italia una nuova costellazione di valori e di stili di vita che può accomunare quote di elettori. La scommessa del Terzo polo poggia sull’idea che stiano affiorando nuove identità collettive e individuali poco legate alle fratture tradizionali ma connesse da insiemi condivisi di principi, rappresentazioni, stili di vita. E che il bipolarismo comprime invece di liberare. È all’interno di questo scenario che occorre collocare l’esperienza del governo Draghi e i suoi effetti.

Il governo di unità nazionale è stato reso necessario per il fallimento del populismo di governo. Prima il governo gialloverde dei due populisti vincitori delle elezioni del 2018, Lega e M5S, poi il governo giallorosso nato dall’incontro tra il populismo grillino e la cultura di governo del Pd, si sono rivelati inadeguati alla missione per motivi diversi. Il governo gialloverde ha rappresentato uno dei punti più negativi da decenni, quello giallorosso si è dimostrato poco efficace rispetto alle sfide, anche per le contradizioni interne tra Pd e M5S. Draghi, quindi, arriva a Palazzo Chigi per supplire al fallimento di queste due esperienze.

Il premier, tuttavia, ha fatto qualcosa di più: man mano che la sua azione progrediva ha evocato un Paese diverso. Lo si è capito dalle reazioni diffuse e spontanee di tanti cittadini delusi dalla crisi del suo esecutivo. Perché l’agenda Draghi ha suscitato questa attenzione? Il premier, come si sa, ha risposto che l’agenda Draghi consiste in un metodo di governo: dare una pronta risposta ai bisogni del Paese e sapere essere credibili. Il Pnnr con i suoi ingenti finanziamenti europei, le sue riforme e infrastrutture ne è la realizzazione. Forse però c’è anche della visione in questo metodo: con il suo programma il premier ha costruito una propria audience e ne ha rivendicato la rappresentanza.

Draghi ha proposto dei quadri interpretativi della realtà, dei frame, che sono stati condivisi da molti settori sociali. E che hanno prodotto risultati concreti come il positivo andamento dell’economia. Anche senza volerlo, il premier ha costruito un Sé politico basato su fiducia, competenza, credibilità, efficacia e effettività. Questa risonanza sociale si è come adunata e ha abbozzato un’identità, delineato un sistema di valori e di credenze che attende di riconoscersi in un nuovo messaggio. Non a caso il populismo di destra e quello grillino ha deciso di impedire a Draghi di consolidare il suo progetto di rinnovamento dello Stato soprattutto con la più recente azione sociale. Draghi era diventato un problema per loro, perché passava dalla gestione dell’emergenza alla stabilizzazione di una visione che funziona. Per questo la sua esperienza doveva essere interrotta. Ma questo evento ha anche aperto un vuoto.

Il ruolo dell’offerta come distinzione
Il Terzo polo tenta di colmare questo vuoto: vuole rispondere alle nuove identità individuali e sociali. Questa sembra la vera sfida di Calenda e Renzi: scommettere che ci sono nuove differenziazioni sociali che sostengono altre rappresentazioni, altri stili di vita, altri valori che suscitano nuove domande. Queste identità avanzano una richiesta di riconoscimento che spinge per uscire dalla gabbia del bipolarismo. Esprime cioè una istanza di distinzione che aspira a fiducia e credibilità. Quanto è ampia questa Italia? Il Terzo polo è in grado di proporre una nuova sintesi? Saprà essere il messaggio atteso?

In questo quadro un ruolo importante viene giocato dall’offerta politica. E poi dalla domanda. Se è vero che l’élite politica svolge una funzione intermediaria tra i fattori sociali strutturali e culturali e il comportamento di voto, avrà importanza la capacità dei leader del Terzo polo di avanzare un’offerta in cui questi settori sociali si possano identificare e distinguersi. La Meloni lancia il presidenzialismo, perché consapevole che nell’elettorato ci sono propensioni decisionistiche, che rappresentano la scorciatoia cognitiva di molti per ridurre la complessità pubblica e ottenere più efficienza. Letta investe sulla personalizzazione dell’immagine del Pd con la sua immagine di segretario, perché per una parte dell’elettorato più che i programmi e i principi pesano le caratteristiche personali degli attori. Per la stessa ragione, probabilmente, Renzi cede a Calenda la guida della campagna: è l’uomo nuovo, meno divisivo del leader di Italia Viva (almeno per ora), comunicativo, che con la rottura del contratto con il Pd ha raccontato in diretta tv al Paese una nuova storia. L’offerta, quindi, potrebbe ridurre l’effetto inerzia e favorire flussi che possono svuotare, almeno in parte, l’area di Forza Italia.

L’offerta è l’occasione per contrastare la corsa alle promesse facili e irrealizzabili innescata soprattutto dalla destra, ma alla quale anche il Pd talvolta non si sottrae. I populisti, Lega e M5S, hanno fatto a gara con il governo Conte I per varare programmi che interessavano le loro constituency (a danno di tutti) senza badare a spese. Ma questa distribuzione di soldi rischia di innescare un circolo negativo: di fatto si realizza una politica redistributiva che avvantaggia singole categorie cui mirano i partiti, senza tenere conto dell’impatto depressivo sulla crescita e sull’efficienza del sistema economico. Paradossalmente la rincorsa delle promesse aumenta il disagio sociale (esclusi danneggiati contro inclusi premiati), avviando una nuova domanda redistributiva. Questa spirale di costi senza investimenti colloca l’Italia in basso nelle classifiche dell’aumento del reddito pro capite.

L’ancoraggio al progetto di Draghi può indicare una via virtuosa nella quale equilibrare crescita ed equità. Non meno importante è la contemporanea strutturazione di una nuova domanda, che può rivolgersi a nuovi attori e a nuove narrazioni. Ma perché accada dovrebbe essere vera la premessa: che le divisioni strutturali più tradizionali sono state affiancate da nuove divisioni valoriali meno disposte a identificarsi con il campo del centrosinistra o del centrodestra. «Tutto sta nel cogliere il punto, non nel combattere» ha scritto Giulio Cesare nel De Bello Gallico. Capiremo il 25 settembre se il Terzo polo ci è riuscito.

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