Recovery Fund e Mes, prova dirimente per l’Italia

Marco Panara

Potenza dei nomi. Se lo strumento per erogare i finanziamenti che l’Unione Europea mette a disposizione dei paesi membri per le spese sanitarie connesse al Covid non si fosse chiamato MES quei soldi li avremmo già incassati e non staremmo ancora qui a fibrillare. Le risorse provengono dal Meccanismo Europeo Salvastati (MES) con un fondo dedicato alla pandemia e secondo regole sostanzialmente diverse. Ma il marketing non fa parte delle competenze delle burocrazie della Commissione di Bruxelles e nelle opinioni pubbliche ancora fresche dell’esperienza greca che alcuni partiti riescono abilmente a manipolare, l’acronimo MES è diventato sinonimo di austerity, Troika inflessibile, ingerenze.

I fondi che si possono chiedere di qui a dicembre del 2022 per coprire i costi dell’emergenza sanitaria, dopo la decisione dell’Eurogruppo dell’8 maggio scorso non pongono più condizioni se non la destinazione di quelle risorse esclusivamente a coprire i costi sostenuti e da sostenere per la sanità pubblica in relazione al Covid. Per l’Italia si tratta di circa 37 miliardi di euro a un tasso di poco superiore allo 0,1 per cento, un settimo di quello che il nostro paese paga oggi per i Btp decennali. In concreto è un finanziamento a tasso agevolato che ci consentirebbe di risparmiare circa due miliardi di euro in interessi nel prossimo decennio.

Il Partito Democratico pragmaticamente preme sul Governo perché vi faccia ricorso, parti del Movimento 5 Stelle si oppongono per motivi che sarebbe generoso definire ideologici poiché riguardano essenzialmente la difficoltà di spiegare ai propri sostenitori perché si vota a favore di una cosa contro la quale per mesi è stata portata avanti una battaglia senza quartiere.

Probabilmente alla fine il Governo saggiamente vi farà ricorso, e sarebbe utile che ciò avvenisse non solo per il risparmio che consentirebbe in termini di interessi sul debito, ma anche perché la disponibilità di quelle risorse vincolate spingerebbe verso una riflessione strategica sul Sistema Sanitario, che ha bisogno di un profondo checkup per affrontare le sfide che ci aspettano, una riflessione che altrimenti molto probabilmente non faremmo.

Che venga utilizzato o meno, tuttavia l’atteggiamento degli italiani nei confronti del MES ribadisce e rende vistoso un aspetto della nostra cultura o forse addirittura della nostra antropologia, ed è l’allergia ai vincoli, ai controlli, alle valutazioni sul nostro operato.

Il nome dell’altro importante strumento che l’Europa sta faticosamente mettendo a punto è più felice: Next Generation EU. Comunemente viene chiamato Recovery Fund ma dovremmo abituarci a chiamarlo con il suo nome vero, che contiene un messaggio e ci aiuta a non dimenticare che quelle risorse dovrebbero essere impiegate per costruire una Unione in grado di offrire un futuro di qualità alle nuove generazioni. Volendo in quel nome potremmo leggerci anche qualcosa di meno di una promessa ma qualcosa di più di una vaga ipotesi, ovvero l’avvio di un itinerario per arrivare ad una Unione di nuova generazione, una sorta di Unione 2.0, che superi nei suoi meccanismi e nelle sue istituzioni gli ostacoli che sin qui hanno frustrato la sua piena realizzazione.

Next Generation EU è un passaggio epocale nella storia dell’Unione perché per la prima volta consente alla Commissione di indebitarsi per importi rilevanti per alimentare un fondo che ha una componente importante di solidarietà nella sua ripartizione. Nasce per la situazione di emergenza determinata dall’epidemia, ma è una prima esperienza che se funzionerà potrebbe diventare strutturale facendo fare un balzo in avanti al processo di integrazione.

Perché questo accada è fondamentale che il modo in cui quei soldi saranno impiegati da ciascun paese beneficiario porti a un effettivo avanzamento sociale, economico, ambientale dell’Unione e, per questa via, ricrei quel clima di fiducia tra i paesi membri la cui mancanza è l’ostacolo principale a una maggiore e migliore integrazione.

Le risorse messe in campo sono enormi, in grado di fare la differenza. Sono 750 miliardi di euro, 390 dei quali saranno a fondo perduto e 360 prestiti a tasso agevolato. Molto è stato già deciso ma il cammino non è ancora concluso per le posizioni divergenti dei paesi cosiddetti frugali (Austria, Danimarca, Olanda e Svezia) da una parte, e il gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) dall’altra, con i primi, forse per allungare i tempi della partenza del fondo ma forse per condivisibili motivi di principio, che chiedono che le erogazioni vadano a paesi dove vige lo stato di diritto e i secondi (soprattutto Polonia e Ungheria) che lo stanno smantellando, non ne vogliono ovviamente sapere.

Ma Next Generation EU partirà, perché Francia e Germania lo vogliono, e quando Francia e Germania trovano l’accordo le cose in Europa si fanno. Non dobbiamo ingelosirci del loro ruolo, l’Italia ha fatto di tutto per dissipare la sua credibilità e la sua influenza e può solo impegnarsi a ricostruirle. La gestione delle risorse che arriveranno da Next Generation EU sarà una prova importantissima anche in questa direzione.

Al nostro Paese arriveranno circa 100 miliardi di Euro. Complessivamente, includendo il MES e le altre risorse che l’Unione mette a disposizione (una quota degli 81 miliardi per la cassa integrazione e altre forme di sostegno al reddito del SURE, e con il fondo di garanzia per le imprese della Bei), i miliardi per l’Italia saranno 208,8.

I 100 di Next Generation EU devono essere investiti, non spesi. La differenza è dirimente, perché se la spesa pubblica può dare un sollievo momentaneo, l’investimento, se nella direzione e nel modo giusto, aumenta strutturalmente la competitività del paese, il suo benessere, le sue prospettive.

Ma investire è assai più difficile che spendere e il nostro paese in particolare non brilla. Green e digitale sono le parole chiave nell’orientare gli investimenti e nel paese i cui acquedotti perdono metà dell’acqua che trasportano, dove il dissesto idrogeologico si mostra ad ogni temporale, dove la banda larga in molte parti del territorio è una chimera, dove la formazione tecnica e tecnologica ha numeri risibili, dove la differenza tra le infrastrutture tra il Nord e il Sud grida vendetta, la lista delle cose da fare è già scritta.

Avremo le risorse per affrontare almeno alcuni di questi giganteschi problemi, la classe politica e l’amministrazione, il Paese intero, sono chiamati alla prova. La scusa delle risorse che mancano non vale più.

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