La lunga notte che sembra non passare mai

Giorgio Simonelli

Era un bel problema per la Rai la messa in onda di una fiction come La lunga notte. Prima ancora di arrivare sui teleschermi, attorno al lavoro di Giacomo Campiotti circolava un certo nervosismo. Benché ideato e realizzato prima dell’avvento del nuovo gruppo dirigente, l’idea di un racconto su uno degli snodi cruciali del fascismo, in un momento in cui nel governo del Paese e del servizio pubblico televisivo sono presenti figure che non manifestano una visione negativa del ventennio, generava una certa curiosità che sconfinava facilmente nel sospetto.

A questo si aggiungeva il fatto che, per una pura coincidenza, la serie seguiva di una sola settimana la versione televisiva di La storia, uno di quei testi sacri di quella tradizione culturale che ha esercitato con pieno merito una egemonia nella storia del nostro paese. Magnificamente tradotto in immagini televisivi da Francesca Archibugi, esaltato da interpretazioni attoriali straordinarie con una protagonista, Jasmine Trinca ancora più convincente di chi l’ha preceduta in quel ruolo (lo ribadisco pur sapendo che lei stessa non vuole sentire questi paragoni), questa versione del romanzo della Morante ha segnato un punto di eccellenza nella storia della fiction televisiva italiana.

Per chi arrivava immediatamente dopo era difficile sfuggire a un confronto difficile da reggere: troppo fresco il ricordo del capolavoro. Infine, cosa che a chi non si occupa specificamente di televisione può apparire secondario ma nel contesto televisivo non lo è, la Rai ha scelto per La lunga notte una programmazione inusuale: tre puntate in tre serate consecutive. In tempi in cui la distribuzione della fiction sta subendo una vera rivoluzione generata dalle piattaforme, che affidano allo spettatore la scelta dei tempi di fruizione (anche La storia ha goduto di questa possibilità grazie a Raiplay), questo tema non è affatto banale per l’impatto che un prodotto ha sull’audience. E le tre puntate consecutive erano un azzardo.

Alla fine, le cose non sono andate male: tre milioni di italiani che scelgono di dedicare tre sere consecutive alla rilettura di una vicenda complessa e decisiva della storia italiana ma appartenente al passato e già tante volte rievocata, non sono affatto pochi.

Ma veniamo al dunque, come immagino qualche lettore ormai richieda fermamente. Quale lettura propone la fiction del fascismo ricostruendo il suo atto finale? Più che sulla stampa, che si è concentrata sui particolari delle imprecisioni storiche tralasciando così uno sguardo generale, si è sviluppato sui social il dibattito tra chi ha accusato la fiction di liquidare il fascismo ricorrendo alle solite macchiette e ai soliti eccessi di violenza e chi all’opposto l’ha accusata di essere troppo indulgente soprattutto nella costruzione del personaggio di Dino Grandi che rischierebbe di trasformarsi in eroe antifascista.

Ovviamente le due valutazioni opposte rispecchiano appartenenze politiche opposte: la prima è diffusa tra chi pensa che i discorsi sul fascismo siano condizionati dall’egemonia culturale della sinistra e vive l’antifascismo assoluto con una certa irritazione, la seconda tra coloro che ritengono l’antifascismo esplicito come un dovere morale e civile. Pur essendo tra costoro, non condivido certe riserve sul lavoro di Campiotti che non manifesta nessuna indulgenza nei confronti del fascismo e dei fascisti. Se il personaggio di Grandi si impone per il livello altissimo dell’interpretazione di Alessio Boni, ricca di sfumature e di profondità, questo non toglie nulla alla definizione del suo ruolo a livello politico e morale. Anzi il mettere al centro e all’origine della frattura con Mussolini la vicenda tragica e poco conosciuta dell’uccisione di Nicolai mi pare significativo proprio dal punto di vista della ricostruzione storica. In estrema sintesi mi pare che la fiction rispecchi una celebre definizione del fascismo pronunciata da Pier Paolo Pasolini: «un gruppo di criminali al potere», un gruppo che quella lunga notte arriva alla resa dei conti. Il gruppo ovviamente, deve fare i conti con altri gruppi di potere: la monarchia, l’OVRA, i militari, gli uomini di fiducia di Mussolini o del Re, mai con il popolo, le masse tanto evocate dal regime e scomparse nel 1943. In questi rapporti emerge nella fiction un elemento paradossale: il ruolo delle donne. In quel regime machista che fu il fascismo, in quella monarchia in cui come spiega Vittorio Emanuele III le donne servano a fare la calza e poco altro, in quel momento decisivo per la patria, il regime e la monarchia, le donne contano eccome. Mussolini nella lunga notte spasima per il destino di Claretta e quando torna a casa si prende pure le sgridate di Rachele che gli contesta una certa debolezza politica; Edda si rigira il marito Galeazzo Ciano tra una seduzione e un rifiuto; Maria José ha un’intraprendenza politica assai superiore al marito Umberto, per non parlare del suocero che pensa soprattutto alla caccia e, alla fine, anche la dolce moglie di Grandi gioca le sue carte.

Insomma, questa lunga notte condizionata dalle donne non è solo un necessario cedimento all’inevitabile componente soap del racconto ma un’acuta lettura dei paradossi del regime smascherati nel momento della sua ingloriosa fine.

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