L’egemonia nazionale di Mafia Caporale

Leonardo Palmisano

L’idea che la crisi in atto possa stoppare le mafie e spezzare le catene della nuova schiavitù in Italia è illusoria. Illusoria perché dentro questa crisi ci sono tutti gli elementi per restituire alle mafie e alle mafie dello sfruttamento degli esseri umani l’egemonia sui mercati dei beni, dei servizi e del lavoro.

Nel campo d’azione di quella che io ho definito la Mafia Caporale si sono introdotti elementi di innovazione. I nuovi caporali sono talmente pieni di liquidi e godono di un tale prestigio sociale da riuscire a mettere su agenzie di somministrazione lavoro molto più competitive e performanti di quelle legali, pubbliche e private. Il loro volume d’affari è di diverse centinaia di milioni di euro.

Le loro vittime sono alcune decine di migliaia di esseri umani. Da Saluzzo e Asti alle campagne del foggiano, passando per la Brianza, la Romagna, il basso Lazio, la Campania, l’Abruzzo, la Calabria e la Sicilia, questo sistema si diffonde come un cancro e mangia pezzi interi di manodopera. Estende il suo dominio feroce e minaccioso oltre i confini dell’agricoltura entrando nei servizi di cura della persona (badanti e prostitute), turistici, della ristorazione, del magazzinaggio. Si tratta di una mafia con livelli di controllo superiori a quelli del passato, con una forte disposizione ad internazionalizzarsi – anche via web – e ad entrare in quel sistema transcontinentale di lucro sulle migrazioni che va sotto il nome di tratta.

Questo processo di internazionalizzazione è favorito dalle relazioni con le mafie tradizionali, quelle che più di altre consorterie criminali hanno costruito legami con altri criminali in altri Paesi. Questo spiega l’ingresso della mafia nigeriana nei ghetti di Borgo Mezzanone e di San Ferdinando, dove allo sfruttamento dei braccianti si è aggiunto lo sfruttamento sessuale delle ragazze, il racket sui mendicanti e lo spaccio di sostanze stupefacenti pesanti come l’eroina. I nigeriani sono collaboratori delle mafie italiane, occupando gli strati più pericolosi della gerarchia mafiosa. Fanno il lavoro sporco a danno di altri neri.

La diffusione su scala nazionale del ritorno al lucro sul lavoro altrui subirà un’accelerazione nei prossimi mesi. La ricerca di denaro produrrà una dipendenza oggettiva da sistemi che hanno già competenza nel ramo: che sanno come imporsi al comando di una catena di sfruttati. Questo rischia di rendere ancora più vulnerabili pezzi interi di popolazione straniera e italiana, soprattutto nelle aree materialmente e culturalmente più povere della penisola. Non soltanto il Sud, allora, ma quelle periferie del Centro e del Nord dove povertà e miseria morale convivono da decenni: da quando ad arrivare furono i meridionali, sostituiti in seguito dagli stranieri. Un effetto di sostituzione degli sfruttati visibile in agricoltura, nei lavori domestici e nella prostituzione. Braccianti sotto caporale, donne delle pulizie, badanti e schiave del sesso sono soprattutto stranieri: la cui condizione di vita è peggiorata da una normativa nazionale sull’immigrazione dal chiaro sapore xenofobo.

Le mafie approfittano di queste vulnerabilità per trasformarle in business, a maggior ragione in quei territori dove di lavoro ce n’è poco e di contratti neanche a parlarne. La tolleranza verso questo sistema di cose agevola l’ascesa economica e sociale delle mafie, aumenta il loro prestigio sociale e politico, altera inesorabilmente la democrazia. A danno di tutto il Paese.


A questo tema Leonardo Palmisano ha dedicato il libro Mafia Caporale (Fandango Libri, Roma 2017)

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