Paolo Borsellino: ucciso perché aveva capito

Oscar Buonamano

Trent’anni dopo la strage di Via D’Amelio non sappiamo la verità sui mandanti di quella mattanza, una verità che chiedono in tanti, ma che lo Stato italiano non è stato in grado di garantire.

Nel mese di maggio, a ridosso della commemorazione della strage di Capaci, la trasmissione televisiva Report manda in onda un’inchiesta in cui si afferma che Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia nazionale e poi cofondatore dell’organizzazione di destra Ordine Nuovo, era presente a Palermo nel luogo della strage nei giorni precedenti alla strage stessa.

Pochi giorni fa invece il tribunale di Caltanissetta ha dichiarato prescritte le accuse contestate a due dei tre poliziotti accusati di depistaggio per la strage di via D’Amelio, assolto il terzo imputato.

«Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri», ha detto Paolo Borsellino.

Questi ultimi due accadimenti, unitamente a tanti buchi ancora presenti nella ricostruzione dell’attentato, danno ragione al giudice di Palermo, nato il 19 gennaio del 1940 nel quartiere popolare della Kalsa.

La presenza di Delle Chiaie a Capaci prima dell’attentato, qualora fosse confermata da nuove indagini e ulteriori riscontri, riscriverebbe la storia dei rapporti tra mafia e politica. In un contesto che farebbe della mafia, la manovalanza a cui conveniva assecondare le intenzioni malsane e illegali di apparati dello Stato, della politica e delle organizzazioni eversive di estrema destra, già protagoniste della stagione delle stragi.

Non un ruolo minore, sia ben chiaro, ma diverso. Questo, possibile e nefasto, intreccio potrebbe aver scoperto prima Giovanni Falcone e, dopo la sua morte, Paolo Borsellino.

Ma a questa ricostruzione non credono i familiari di Paolo Borsellino che invece continuano a chiedere approfondimenti sulla Procura di Palermo e sui colleghi del giudice.

«Non è questa città che ha ucciso mio padre e Giovanni Falcone. Sono passati 30 anni e ormai ci siamo rassegnati all’idea che noi familiari di tutte le vittime delle stragi non avremo mai una verità giudiziaria. Perché nessuno ha voluto guardare dove si doveva guardare da subito, a quel palazzo di giustizia covo di vipere, come lo chiamava mio padre […] C’è stata la mano armata di Cosa nostra ovviamente ma anche chi a questa mano armata ha spianato la strada, consegnando le teste di Falcone e Borsellino su un piatto d’argento. L’ormai famosa convergenza di interessi di cui parlava Falcone. Io oggi da figlia sono consapevole che mio padre è morto perché è stato abbandonato dai suoi colleghi», le parole durissime e senza appello di Fiammetta Borsellino.

Parole e concetti ribaditi da Fabio Trizzino, marito di Lucia Borsellino, la figlia maggiore del giudice, avvocato di parte civile della famiglia Borsellino.

«È sul procuratore Giammanco che bisogna indagare altro che Delle Chiaie. Si gira sempre attorno per non cercare in quella maledetta procura […] Si parla di responsabilità istituzionali ma perché i responsabili devono essere altri e non i magistrati? Chi erano i magistrati coinvolti nel depistaggio su Via D’Amelio? […] Alla fine, chi è ha fatto le inchieste su mafia e appalti è stato penalizzato, chi invece ha insabbiato tutto è stato premiato […] In questi 30 anni mi sono fatto un’idea, comincio a dubitare di tutto quello che ci hanno fatto vedere come accaduto. I responsabili sono stati dati in pasto all’opinione pubblica per coprire qualcun altro».

Dopo trent’anni, dunque, depistaggi e veleni offuscano e celano la verità, quella giudiziaria e quella storica.

Come uscire da questa situazione?

L’auspicio è che una nuova generazione di magistrati, di politici e di classe dirigente sia in grado di aprire tutti cassetti ancora chiusi e di far luce sulla barbara uccisione dei due magistrati che tutto il mondo ci invidiava.

Oggi però, nel giorno del trentesimo anniversario della morte di Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, conviene aggrapparci alle parole del giudice nato alla Kalsa di Palermo che continuano ad indicarci la strada giusta. La strada seguire per battere ogni malaffare, ogni ingiustizia. Per battere, definitivamente, la mafia.

«La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità».

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