Libertino Faussone e Damiano Malabaila, onomastica di Primo Levi

Giusi Baldissone

La chiave a stella è un viaggio di racconti, con una struttura che richiama il modello decameroniano. Il libro presenta una cornice negli incontri dello scrittore con un montatore di gru e ponti: Libertino Faussone racconta le sue avventure di lavoro, lo scrittore-chimico le registra e le arricchisce con qualche esperienza propria. Metalinguaggio e richiamo alla comunicazione orale caratterizzano La Chiave a stella come libro di novelle con cornice, nato da esperienze dirette, letture scientifiche, racconti di amici: Levi avverte l’inferiorità della scrittura rispetto all’oralità e invidia Faussone che parlando si corregge, guarda l’interlocutore negli occhi, capisce quando bisogna cambiare registro: «può anche capitare che uno scriva delle cose pasticciate e inutili e non se ne accorga. Il che è ben possibile, perché la carta è un materiale troppo tollerante. Ma se una pagina non va se ne accorge chi legge, quando ormai è troppo tardi, e allora si mette male: anche perché quella pagina è opera tua, non hai scuse né pretesti, ne rispondi appieno».

Il viaggio di quest’opera è un dialogo tra lo scrittore e il suo doppio, Libertino Faussone. Nella Chiave a stella i nomi sono pochi e quelli che contano sono nomi geografici. La scelta del titolo non è casuale: la chiave a stella non è solo lo strumento di lavoro: in quella stella appare un richiamo a Dante, ma ricordiamo anche, nella simbologia nazista, la stella a sei punte che marchiò gli ebrei. Polvere di stelle è quella delle stelle cadenti, raccolta in tutto il mondo, nelle torri e nei tralicci più alti e racchiusa in uno scatolino da Faussone. Levi ha costellato di stelle la sua poesia: Le stelle nere sono un groviglio di mostri nell’apocalittica poesia del 1974, ma «sognavo te nelle stelle» scrive in 11 febbraio 1946 rivolgendosi alla moglie. Non ci sono più le Pleiadi nel cielo di Torino (Via Cigna), ma le stelle di Galileo, pur rinnegate, sono frutto di un grande lavoro nella poesia Sidereus Nuncius. Una stella tranquilla è il titolo di un racconto; una piccola stella, scoperta dopo la morte dello scrittore, fu intitolata al suo nome: stella è un nome che l’accompagna.

L’insistenza di Conrad sul personaggio come prodotto della sua vita rimanda a un legame paterno che Levi sente nei confronti di Faussone. Del resto egli è ben consapevole della ricchezza derivante dal proprio mestiere nel dedicarsi a quello altrui. Alla sera il chimico, quando disegna la formula di struttura della molecola che dovrà costruire, compie lo stesso rito propiziatorio del cacciatore di Altamira che 50 mila anni fa disegnava sulle pareti delle caverne l’alce o il bisonte che il giorno dopo avrebbe dovuto abbattere per appropriarsene. Gesti sacrali. Ecco perché a chi mi chiede «perché tu sei un chimico e scrivi», io rispondo: «scrivo perché sono un chimico. La mia professione mi serve a comunicare esperienze». Lo scrittore precisa: «Ci eravamo trovati per caso a mensa, alla mensa per gli stranieri di una fabbrica molto lontana a cui ero stato condotto dal mio mestiere di chimico delle vernici». Si tratta di Togliattigrad. Faussone spiega il proprio nome di battesimo: il podestà, benché fascista, sarebbe stato d’accordo che si chiamasse Libero, come il padre avrebbe voluto, ma il segretario comunale si era opposto, così il padre scelse Libertino, come fosse un diminutivo. Libertino, detto Tino, ha anche un cognome simbolico: Faussone, che deriva dal piemontese faus, bugiardo, che ha radici greche e latine designanti, oltre alla funzione di simulatore, ipocrita, anche quella dell’attore: υποκριτης in greco, histrio per la lingua latina. Il cognome  Faussone identifica dunque colui che recita per un pubblico. Il suo ritratto è asciutto: «sui trentacinque anni, alto, secco, quasi calvo, abbronzato, sempre ben rasato. Ha una faccia seria, poco mobile e poco espressiva. Non è un gran narratore: è anzi piuttosto monotono. Ha un vocabolario ridotto e si esprime spesso attraverso luoghi comuni che gli sembrano arguti e nuovi. Faussone indica i luoghi sognati dai ragazzi: la giungla di Kipling, la Malesia di Salgari; ma la sua scelta personale si compie a partire da altri libri, per esempio quelli di Jack London ambientati in Alaska. L’autoritratto disegna anche il volto dello scrittore.

La narrazione sul lavoro dell’uno e dell’altro riassume tutto l’orizzonte, compreso quello del confronto padri-figli: Faussone spiega la delusione paterna nell’accorgersi che il figlio non provava interesse per il suo mestiere: «Perché vede, il suo lavoro gli piaceva, e adesso lo capisco perché adesso a me mi piace il mio». L’argomento, dice Levi, è centrale: «Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono». Faussone legge Jack London sulle avventure nel Klondike, nel Canada ai confini con l’Alaska, dove era scoppiata la febbre dell’oro: i romanzi Il richiamo della foresta, Zanna bianca e i Racconti del Grande Nord fanno da guida, anche se l’Alaska in cui andrà a lavorare sarà in principio pura nebbia e fango. A sorpresa, si trova la piena identificazione dello scrittore col padre di Faussone: il padre di Faussone è proprio lui! Più che un alter ego, Faussone è un figlio, come del resto lo scrittore ammette fin dall’inizio, e l’identificazione con quel padre sottolinea la lucidità di un autoritratto che Levi, sul filo dei nomi e delle loro funzioni, ha portato a termine nella Chiave a stella, scoprendo, pur nel pieno di una carriera felice da scrittore, un abisso che lo avvolge come un’aura ineluttabile: il male dei reduci di cui era morto l’amico Lorenzo. L’Alaska è investita di funzioni e significati più di ogni altro Paese. A questo scrittore che non smette di interrogarsi su se stesso e sull’essenza dell’uomo interessa scavare dentro quella zona grigia in cui la natura animale e quella umana hanno confini meno definiti di quel che appare, una zona appartenente alla cultura e alla memoria profonda. Il rovello e il desiderio di Levi ormai coincidono, i viaggi di puro lavoro non gli interessano più, se non per continuare a scavare dentro quell’ombra: è lì che trova conforto e nello stesso tempo conferma. La chiave a stella lo porta là dove deve andare: è la sua ultima possibilità, rischiando anche di perdersi, di confondersi e trasformarsi in Buck o Nessuno.


Damiano Malabaila è lo pseudonimo con cui Primo Levi firma la sua raccolta di novelle, Storie naturali, pubblicate da Einaudi nel 1966. L’ispirazione remota arriva dalla Naturalis Historia di Plinio, ma con la mediazione del Gargantua et Pantagruel di Rabelais, il più autorevole rappresentante della letteratura comico-grottesca. L’opera di Rabelais, uscita a Lione nel 1542 con lo pseudonimo di Alcofribas Nasier, proponeva paradossali concetti basati sulla certezza della credulità della gente, affermando che se Dio avesse voluto che le donne generassero i loro piccoli attraverso le orecchie avrebbe potuto farlo, e citava anche Plinio con la descrizione di un intero capitolo dedicato ai «partorimenti eccezionali».

Ciò che attrae Levi è proprio l’ipotesi ironica, grottesca, dell’origine del mondo: le genealogie, del resto, affascinarono anche Giovanni Boccaccio, che però le immaginava a proposito degli dei (Genealogiae Deorum Gentilium).

Primo Levi scrive, con il racconto Il sesto giorno, nelle Storie naturali, una sorta di parodia della Genesi, su cui i responsabili dell’Einaudi sono perplessi, al punto da chiedergli di firmare l’intera raccolta con uno pseudonimo perché, dopo la drammaticità di Se questo è un uomo e La tregua il tono satirico sembra disdicevole.

Ecco perché Primo Levi divenne Damiano Malabaila presentando la sua raccolta all’editore come se si fosse ispirato per caso all’insegna di un negoziante. I Malabaila – antica e nobile casata astigiana – si dedicarono dall’anno 1000 all’attività mercantile, con interessi sparsi in tutto il Nord Europa. Intorno al 1200 acquisirono il feudo di Castelletto nelle terre del Roero. Malabaila, spiegò Primo Levi, significava «cattiva balia», come se il riso della satira uscisse da un latte non buono. I suoi volevano essere dei racconti-scherzo, includendo il più minaccioso dei mostri generati dalla ragione: nelle intenzioni di Levi c’era un legame con la storia dei Lager.

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