Paesaggio, spazio e pandemia

Franco Farinelli

Avvertiva Elias Canetti che dietro un modello vi è sempre un metamodello, la cui natura è maligna. La natura del paesaggio, inteso come modello, è allora politica, forma specifica della malignità. Basti pensare al progetto di Alexander von Humboldt, senza il quale mai tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento l’idea di paesaggio sarebbe transitata dall’ambito puramente e semplicemente artistico a quello scientifico: transito decisivo perché preliminare e anzi imprescindibile rispetto all’attuale equivalenza appunto tra  paesaggio e territorio, termine che come già alla fine dell’impero romano nel codice di Giustiniano si spiegava corrisponde proprio all’ambito definito dall’esercizio del potere politico, perché esso deriva non da terra ma da terrore.

Di tale straordinaria capriola che dall’estetico conduce attraverso la reinvenzione della natura al politico, e dei suoi effetti, bisogna ancora assumere completa coscienza. Insomma: il problema di Humboldt era quello di garantire, contro gli interessi dell’aristocrazia di origine feudale,  il successo del Weltbürgerplan, del piano borghese di dominio mondiale, ed egli scelse il concetto di paesaggio  come veicolo privilegiato per l’indispensabile mutazione strutturale della cultura della società civile del tempo, chiamata ad abbandonare i «vacui giochi poetici» come lo stesso Humboldt dirà, l’incantato «regno dell’apparenza estetica», per un sapere non più soltanto contemplativo ma funzionale invece all’azione, al controllo, alla gestione del mondo, per una conoscenza non più soltanto delle arti e delle lettere ma finalmente scientifica.

In termini culturali il progetto di Humboldt vinse perché la sua astuzia fu proprio quella di operare secondo linee interne per così dire, parlando cioè lo stesso linguaggio degli interlocutori cui si rivolgeva: a volte formidabili connoisseurs della pittura, della musica, della letteratura ma in ogni caso del tutto a digiuno del gran «libro della Natura» e dei discorsi delle scienze che invece erano in grado di leggerlo e riuscivano perciò funzionali al potere politico dato, quel potere che trovava nella società civile, nell’opinione o sfera pubblica allo stato nascente il suo storico avversario. Senza la vittoria di quest’ultima non parleremmo ancora oggi di paesaggio, anche se il significato e la funzione di tale modello appaiono ai giorni nostri alquanto diversi, se non rovesciati, rispetto ai termini originari del progetto humboldtiano.

A distanza di due secoli dall’avvio dell’ingegneria culturale concepita da Humboldt si è infatti assistito a partire dal 2000, con la messa a punto della Convenzione Europea del Paesaggio, al rovesciamento programmatico della sua strategia, del progetto culturale che permise la vittoria della società civile su quella che allora i borghesi chiamavano «la corte della vecchia verità». La Convenzione, che è legge in diciassette stati, si muove per un verso secondo lo spirito e l’intenzione del programma originario, ad esempio rifiutando qualsiasi concezione sostanzialista del paesaggio stesso, qualsiasi idea cioè il paesaggio sia riducibile ad un semplice complesso di elementi, sia cioè soltanto qualcosa di materiale: anche per essa, e proprio in senso humboldtiano, il paesaggio è un modello la cui natura è immateriale come tutti i modelli, non è un insieme di cose ma una maniera di guardarle e concepirle, una modalità di rapporto con esse.

In termini logici: il paesaggio non è il significato dell’insieme delle componenti della «faccia della Terra» cui si riferisce ma ne è soltanto il senso, corrisponde cioè (con le parole di Gottlob Frege) alla specifica maniera con la quale le componenti in questione «si danno», cioè si presentano ai nostri occhi. E già Leibniz spiegava, nel Seicento, che guardare qualcosa significa giudicarla. Il termine con cui nella Convenzione tale posizione viene, fin dall’inizio, espressa è quello di «percezione»: proprio in quanto frutto di quest’ultima, esito cioè del processo percettivo, il territorio e l’ambiente vengono trasformati appunto in paesaggio, vengono dunque privati di ogni legittimità di natura ontologica e cognitiva.

Si tratta di una metamorfosi decisiva, che non risulta fin qui adeguatamente tematizzata e riflessa, ed essa avviluppa l’intera questione del rapporto tra paesaggio e politica, vale a dire delle possibili forme d’esistenza di una politica del paesaggio e della sua funzione. Da un lato tale mutazione è del tutto consonante con l’originaria operazione humboldtiana, perché parte anch’essa dalla distinzione tra la cosa e l’immagine della cosa. Dall’altro però esso rovescia e contraddice tutto lo spirito e l’intera intenzione (il segno insomma) dell’originaria valenza culturale e politica del paesaggio perché si muove esattamente in direzione opposta: quel che è il dato politico (il territorio) assume, con la Convenzione, natura estetica (il paesaggio). Ma la differenza tra l’ambito politico e quello estetico è cruciale, e minaccia di mettere in crisi la stessa possibilità dell’esistenza di politiche del paesaggio: l’ambito politico funziona infatti secondo norme e regole, è il dominio della legge; al contrario l’ambito estetico non è riducibile, per natura vale a dire per tradizionale consuetudine, a nessuna regola o norma, se non nel caso di regimi dittatoriali. Come appunto si dice senza più ricordarsi perché: sui gusti non si discute.

La Convenzione Europea del Paesaggio contiene un’altra importante innovazione, anch’essa del tutto coerente (probabilmente senza saperlo) con lo spirito originario del modello: il soggetto della percezione è un soggetto mobile, corrisponde infatti non soltanto all’«abitante» ma anche al «turista», essere che per definizione si sposta. Basta osservare una qualsiasi tela di Caspar David Friedrich, il pittore che fissa il canone del paesaggio romantico, per comprendere come tutte le figure umane che egli dipinge nei suoi quadri sono viandanti, persone colte in un atteggiamento per così dire estemporaneo, che non implica nessuna durata o stabilità temporale: il misterioso personaggio che dall’alto della vetta ci volta le spalle e guarda il sottostante mare di nubi si appoggia visibilmente ad un alpenstock, e di certo non vive sulla cima della montagna, e lo stesso vale per tutti gli altri soggetti, il monaco in riva al mare al tramonto, il gruppo di gitanti sull’orlo della bianca falesia che strapiomba sul Baltico e così via.

«Turisti» appunto, nel linguaggio della Convenzione, esseri transeunti, destinati a spostare a breve altrove la propria effimera presenza, a rimuovere in poco tempo, e programmaticamente, la propria condizione di staticità, in funzione di un progetto politico che implica il passaggio dallo stato di marca aristocratico-feudale a quello repubblicano, allo stato moderno territoriale centralizzato all’interno del quale ancora viviamo. Perciò, sulla base di tale analogia, s’impone un interrogativo: in funzione di quale progetto politico, di quale cambiamento di regime territoriale, la mobilità del soggetto che percepisce – e con essa la modalità percettiva di natura paesaggistica ovvero paesistica come avrebbe detto Lucio Gambi –  torna oggi alla ribalta?

Difficile non supporre, almeno in prima ipotesi, che al cambiamento in questione non sia estraneo il passaggio epocale costituito a scala planetaria dall’avvento dell’insieme dei processi che sbrigativamente assumono il nome di globalizzazione, e che proprio nella difficoltà della messa a punto da parte degli stati di una politica di contenimento della mobilità umana internazionale e intercontinentale trova la sua più evidente manifestazione.

Di fatto la costituzione materiale dello stato moderno, il territorio della modernità, appoggiano su una serie di presupposti che possiamo chiamare spaziali in senso proprio, cioè derivanti dal modello di spazio messo a punto da Euclide prima e Tolomeo poi, lo spazio della geometria classica. Sotto tal profilo l’intera costruzione del Moderno ha obbedito ad un unico e riuscito progetto: la trasformazione della faccia della Terra in un unico, gigantesco spazio, vale a dire in un’unica gigantesca carta geografica. Come dire che per comprendere davvero la Modernità bisogna rovesciare quel che implicitamente fin da piccoli ci hanno fatto credere, e comprendere che da cinque-sei secoli a questa parte la mappa non è la copia della faccia della Terra, ma è quest’ultima ad aver assunto, pena l’inesistenza, la forma della mappa. Senza tale inversione (rispetto a ciò che diamo per scontato) l’avvento del moderno, spaziale regime di funzionamento del mondo non sarebbe mai stato possibile.

E il primo dei presupposti che hanno consentito il moderno trionfo dello spazio è stato proprio l’immobilità del soggetto che guarda, come ancora oggi risulta chiaro a chi visiti a Firenze il portico dello Spedale degli Innocenti, sotto il quale per la prima volta, attraverso la brunelleschiana invenzione della prospettiva lineare (quella che Panofskij ha chiamato «artificiale» per distinguerla dalla prospettiva «naturale» degli antichi) all’inizio del Quattrocento l’epoca moderna nasce: perché il trucco prospettico funzioni l’osservatore è appunto costretto all’immobilità, altrimenti  nessuna regola si darebbe circa il calcolo delle distanze, e di conseguenza delle dimensioni di quel che viene osservato. Altrimenti, cioè, mai il luogo si potrebbe trasformare in spazio.

La differenza tra lo spazio e il luogo è fondamentale. Concepita come un unico spazio (secondo cioè il codice moderno) la faccia della Terra diventa esattamente quel che per Marx sarà il mercato: «il regno dell’equivalenza generale», nel senso che tutte le parti di cui essa si compone risultano l’un l’altra fungibili o commutabili come direbbero i matematici, suscettibili cioè di essere l’un l’altra sostituite senza che nulla nel funzionamento del mondo cambi, perché sottoposte ad un’unica logica quantitativa, ad un’unica misura metrica lineare standard.  In termini funzionali lo spazio implica il progressivo annullamento della distanza, la riduzione a tempo di percorrenza sempre più rapida della superficie terrestre, e se il problema è soltanto la velocità dell’attraversamento nessuna parte di quest’ultima si distingue dall’altra. Il luogo, al contrario, è una parte della superficie del nostro pianeta irriducibile a qualsiasi altra perché concepita in funzione delle sue qualità specifiche, uniche. Il luogo è l’opposto dello spazio, e il paesaggio è la forma del luogo. Perciò il «distanziamento sociale» che oggi si invoca come rimedio alla pandemia, ripristinando almeno tendenzialmente l’intervallo tra i soggetti, rimette in discussione l’intera modernità, proprio perché mette in crisi, insieme con il luogo, anche il primato del modello spaziale.

La crisi odierna del modello statale dipende appunto dalla crisi di quest’ultimo, poiché l’avvento della Rete ha rimesso energicamente in discussione, se non annichilito, l’importanza della distanza lineare da un punto all’altro come chiave decisiva del funzionamento del mondo. Quella distanza che invece ai giorni nostri il Covid 19 ha inopinatamente e bruscamente reintrodotto per chi voglia salvarsi.

Ma che cos’è la Rete? La Rete è un insieme di elementi la cui natura è alquanto eterogenea. Anzitutto si compone di macchine (hardware), che al loro interno contengono un pensiero (software). Ma, ha spiegato Manuel Castells, non basta. Bisogna aggiungervi le donne e gli uomini che fanno corpo con essa, e che funzionalmente (non ontologicamente, almeno per il momento) sono indistinguibili da essa, perché materialmente da essa inseparabili. Il carattere rivoluzionario di tale condizione si comprende soltanto a patto di porre mente a quello che, dopo l’immobilità del soggetto, è uno degli altri fondamentali presupposti per la moderna esistenza dello spazio: la separazione appunto tra soggetto ed oggetto, tra mente e materia (Cartesio), tra quel che è animato e quel che invece è inanimato. Una separazione che all’interno della Rete, come è stato appena richiamato, non esiste più.

E che non è mai valsa per il modello cognitivo che facciamo, da Humboldt in poi, corrispondere al paesaggio, basato appunto a farvi caso sull’impossibilità di deportare ed astrarre il soggetto dalla totalità degli elementi naturali che lo circondano, di mettere distanza tra il primo e i secondi. I romantici tedeschi chiamavano Stimmung tale sentimentale condizione, con un termine che significava la vibrazione all’unisono dell’osservatore con tutto quel che lo circondava, il riconoscimento di una totalità al cui interno risulta impossibile ogni separazione tra quel che è umano e quel che umano non è. Esattamente dunque come accade oggi agli operatori della Rete per i quali, dal punto di vista del funzionamento del mondo, non si dà nessun intervallo rispetto alle macchine da cui sono circondati. E proprio in virtù dell’omologia con la logica della Rete, fondata sulla scomparsa della distanza tra soggetto ed oggetto, il paesaggio torna ad imporsi, in forma diversa ma altrettanto decisiva rispetto a quella ottocentesca, come modello strategico per la comprensione del funzionamento del mondo al tempo della globalizzazione.

La globalizzazione nasce, alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, appunto con l’avvento della Rete, con l’evento che, smantellando la struttura spaziale moderna, costringe alla revisione di tutti i nostri modelli cognitivi. Nel Quattrocento l’umanista forlivese Biondo Flavio, autore de L’Italia illustrata, invitava nell’incertezza generale a fidarsi dello spazio, più precisamente ad aggrapparsi alle carte geografiche come fossero delle zattere in grado di navigare sui tempestosi flutti della storia. Oggi dobbiamo invece affidarci ad un modello immateriale e evanescente come il paesaggio, perché è il funzionamento del mondo che è diventato, per molti versi, evanescente e immateriale.

Resta la certezza, condivisa anche dal Flavio, che ogni scelta politica che sia, se non sempre praticabile almeno plausibile, può discendere soltanto dalla preliminare adesione ad un generale e consapevole modello del mondo. Ma è proprio quest’ultimo oggi, al tempo della pandemia, a mancarci: né più insieme di luoghi come nel Medioevo, né più spazio come in epoca moderna, né più (soltanto) Rete come al tempo della postmodernità, con il Covid 19 il mondo entra in una nuova epoca della sua esistenza, di cui nessuno ha ancora lo schema. Viene in mente Michel Serres, e il suo tentativo di una «filosofia dei corpi misti», espressione che qui vale in senso sia ontologico che epistemologico. E dove il corpo in questione è quello del pianeta che chiamiamo Terra.


La foto è di Mattia Ramunni.

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