Superlega, al momento vincono i tifosi

Giorgio Simonelli

La proposta della Superlega di calcio, esplosa clamorosamente all’inizio di questa settimana e altrettanto clamorosamente rientrata nel corso di una sola notte, ha dato origine a una serie di reazioni di un’intensità rara anche di questi tempi sempre un po’ sopra le righe. Reazioni in larghissima parte negative, in certi casi apocalittiche, che hanno riunito sotto la stessa bandiera uno schieramento davvero ampio e vario: istituzioni, politici di contrapposte fazioni, intellettuali amanti del calcio, dirigenti calcistici, semplici tifosi.

Premettendo, a scanso di equivoci, che non ho mai apprezzato l’idea della Superlega (neppure come tifoso di una delle squadre che ne avrebbero fatto parte di diritto), credo che valga la pena di riflettere, scampato il pericolo, anche sulle argomentazioni addotte, spesso urlate, contro la proposta, sulla loro ragionevolezza ma anche su una certa leggerezza, su qualche contraddizione così palese che ha rischiato di portare acqua al mulino opposto.

Per esempio, non è stato affatto felice il modo in cui i rappresentanti degli organismi internazionali calcistici si sono scagliati contro il progetto, accusandolo di avere solo obiettivi di guadagno economico e manifestando un improvviso, moralistico e poco credibile disprezzo per il denaro. Detto da chi ha scelto il Qatar come sede dei prossimi e ormai vicini campionati mondiali è parsa una vera e propria presa in giro.

Più interessante, anche perché a sostenerla sono stati uomini di cultura, liberamente e disinteressatamente amanti del calcio, ispirati da visioni e letture poetiche, si è rivelata quella linea che frettolosamente e sommariamente è stata etichettata come romantica.

Ha fatto leva, questa linea, sui valori di sana competizione, di pari opportunità alla partenza, sui miti dei tanti Davide che nella storia del calcio hanno sconfitto i Golia (dal Leicester all’Atalanta), sulle storie e sulle leggende raccolte dai grandi scrittori calciofili come Osvaldo Soriano o Eduardo Galeano. Ma è una linea che manifesta troppi equivoci, come i suoi acidi e saccenti oppositori (Il foglio in prima linea) hanno sottolineato con il loro esibito scetticismo.

L’equivoco sta tutto nella definizione di romantico. Questa dimensione romantica del calcio che la composizione classista della Superlega ucciderebbe non è mai esistita: si tratta, come ha scritto un esimio collega, di un classico caso di «invenzione della tradizione». Non era romantico il calcio élitario delle origini, tanto meno quello strumentalizzato dal fascismo e neppure quello del boom economico. Romantico non è mai stato il calcio ma tale lo hanno reso le descrizioni, i racconti, le mitologie che sono state costruite attorno alle squadre, alle partite, ai campioni: il grande Torino, Il Brasile di Pelè e Garrincha, Gigi Riva, Italia Germania 4 a 3.

Non si può escludere a priori che questo accada anche ai protagonisti, alle squadre, alle partite di una ipotetica Superlega. D’altronde, avendo una familiarità con i discorsi sul calcio che dura da decenni, posso assicurare che ho sentito già una mezza dozzina di generazioni rimpiangere il calcio del passato: quello degli anni Trenta di Piola e Meazza, come faceva mio padre, quello dei mitici Sessanta, quello austero dei Settanta e così via.

Il problema, come si suol dire è un altro. Se si vuole contestare come mi pare opportuno l’ipotesi della Superlega, è ben entrare nel merito del progetto presentato e che ora è in fase di correzione. Un progetto estremamente macchinoso e parziale. Italia, Spagna, Inghilterra rappresentano una parte ben esigua dell’Europa da un punto di vita calcistico e culturale in genere. Come mi è capitato di scrivere in altre occasioni, la storia delle competizioni europee per club non è una delle tante vicende sportive, è una grande storia che va al di là del calcio, che ha contribuito all’unificazione europea più di mille provvedimenti politici. Ma una competizione in un’Europa mutilata, come quella proposta, lungi dal rappresentare la modernità, il futuro, come vorrebbero i suoi sostenitori è quanto di più anacronistico si possa immaginare.

E poi… due gironi da dieci squadre, le prime tre qualificate ai quarti di finale insieme con le vincenti dei playoff tra quarte e quinte, due turni a eliminazione diretta e finalmente la finale…

Si assicura grande spettacolo perché a incontrarsi saranno i migliori interpreti, il Liverpool, il Real Madrid  e si fa il recente esempio del magnifico spettacolo offerto da Bayern Monaco e Paris Saint Germain. Ma siamo certi che il calcio sia questo? Che il gradimento dello spettacolo dipenda solo dall’eccellenza degli interpreti? E non da altri fattori aleatori, difficilmente programmabili. Oltre che dal tifo naturalmente, che, sappiamo, non guarda qualità.

E così, al terzo Real-Liverpool della stagione, magari un po’ moscio per eccessi di tatticismo, non ci troveremo a preferirgli un bel Cagliari-Parma pirotecnico come quello visto recentemente? Non è la pernice servita a ogni pasto a rendere appetitosa un pranzo, come ricorda il celebre aneddoto della storia dei re di Francia e non è detto che sia la qualità tecnica delle squadre a rendere avvincente un torneo. Il calcio è materia assai più complicata e imprevedibile delle analisi di mercato delle società che vi investono. Per nostra fortuna.

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