Techetechetè, autobiografia di una nazione

Giorgio Simonelli

Ogni estate, più puntuale dell’anticiclone, arriva nelle case degli italiani un programmino televisivo di mezz’ora che porta con sé un sacco di problemi. Parliamo di Techetechetè e spieghiamo dove sono i problemi.

Techetechetè, di suo, è solo un gioco divertente per riempire quello che si chiama access prime time, lo spazio che si trova tra il telegiornale e l’inizio della prima serata di Rai Uno. Sostituisce, infatti, un altro giochino, a mio parere meno divertente, quello intitolato I soliti ignoti. Sarebbe Techetechetè un semplice collage di vecchi pezzi di tv uniti da un filo conduttore, a volte esile, un po’ pretestuoso, prevedibile, altre volte, invece, molto originale, creativo, capace di costruire legami e contrasti impensati (penso all’idea, utilizzata quest’anno, di mettere insieme i riferimenti a una stessa regione), altre volte addirittura coraggioso, quasi temerario (penso all’idea, sempre di quest’anno, di riassumere in pochi minuti i grandi sceneggiati).

In ogni caso un gioco è, a essere maliziosi, un modo intelligente per cucinare le tanto discusse repliche estive e farle accettare di buon grado al pubblico. Sarebbe solo questo, se una serie di coincidenze storiche non lo avessero trasformato in una sorta di autobiografia della nazione, in un appuntamento allo stesso tempo entusiasmante e inquietante, un’occasione di gratificazione e frustrazione.

Accade infatti che, al di là della perizia, a volte genialità del montaggio creativo che unisce tra loro i diversi pezzi di televisione e testimonia la cultura e l’intelligenza degli autori, l’attenzione dei più si concentri proprio sui pezzi. E da lì parte il primo motivo di entusiasmo/inquietudine, gratificazione/frustrazione, perché la visione di quei brani vintage tanto gradevoli, eleganti, affascinanti induce inevitabilmente a un confronto con la televisione generalista attuale, la sua pochezza, la sua volgarità, la sua banalità, con la relativa ricerca dei motivi di questo degrado, di questa perdita.

Non mancano spiegazioni ormai unanimemente accettate che si concentrano sulla buona educazione e il buon gusto di un tempo che oggi non c’è più, sulla dittatura dell’audience che spinge in basso il livello qualitativo, sulla professionalità e sul talento degli interpreti di quella televisione a cui si arrivava dopo una lunga gavetta e dopo aver dimostrato ampiamente di meritarlo, mentre oggi basta una comparsa in un reality per…

Sia chiaro, tutte osservazioni sensate ma che non colgono, a mio parere il punto centrale, che mi è apparso in tutta evidenza in una recente puntata di Techetechetè.

Erano cucite insieme alcune versioni di una vecchia canzone, Innamorati a Milano: una di queste era un balletto di una certa durata, oggi impensabile, che aveva come protagonisti, oltre a un ampio corpo di ballo, il cantante e autore del brano Memo Remigi e le gemelle Kessler. Sono rimasto letteralmente incantato davanti a quelle immagini: la scenografia, i costumi, le figure e le movenze costruivano un quadro impressionista, uno splendido Degas. Ecco il punto: al di là delle varie e giuste osservazioni, la bellezza di quella tv nasceva dalla ricerca visiva, dalla centralità del regista rispetto alle altre figure, dallo studio accurato di ogni inquadratura, anche di quella in cui un comico raccontava una barzelletta. Il suo fascino non deriva dalle barzellette, molte della quali sono modeste, ma dalla messa in scena e in forma televisiva della barzelletta. Questo è ciò che Techetechetè ci insegna ogni sera, e non è certo poco, più che sufficiente per entusiasmarci e inquietarci, visto che questa mia tesi, se accolta, spiega molte cose sulla tv di oggi, sull’assoluta impossibilità di raggiungere quella cura dell’immagine, quei livelli di qualità con i tempi e la massa di produzione attuali.

Non serve però a sciogliere l’altro dubbio, sospetto, problema che la messa in onda di Techetechetè regolarmente produce, quello del ruolo del passato nella nostra società, della sua costante celebrazione, della sua invadenza. Ogni riflessione sulla tv (e non solo), ogni discussione di carattere estetico, ogni confronto non riesce a fare a meno di guardare al passato con un’insistenza, un’intensità, un’esclusività che portano con sé dei rischi ancora più seri di quelli già non secondari connessi alla nostalgia. Questo passato che ci accompagna e ci gratifica ogni sera rischia di diventare una presenza troppo ingombrante, un limite più che uno stimolo per chi dovrebbe progettare il futuro. Aver «fatto in tempo ad avere un futuro che non fosse soltanto per me», come dice il saggio Ligabue, è ormai un privilegio che appartiene solo alle generazioni precedenti?

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