Gaetano Scirea, per sempre libero

Darwin Pastorin

Ho avuto la fortuna di conoscere Gaetano Scirea, di ricevere i suoi abbracci e la sua amicizia, di vederlo giocare e trionfare, come nell’estate incantata del Mundial di Spagna del 1982.

Mi manca, ci manca.

Non potrò mai dimenticare quel 3 settembre 1989, quando il mondo si rovesciò, quando quelle parole mi ferirono il cuore, quando quella notizia, portata da un collega, mi lasciò senza fiato: «Gaetano è morto, in Polonia, in un incidente stradale…». No, non potevo crederci: il mio amico, quel calciatore capace di incantare per la sua bravura e la sua correttezza, mai espulso, e giocava da libero, alle spalle della difesa, non c’era più.

Un uomo giusto, dal sorriso leggero, che era sempre disponibile, cordiale, buono. Un asso senza confronto, che possedeva una classe innata, si muoveva lieve sul campo, la testa alta, anticipava gli avversari con eleganza, senza mai una scorrettezza, una cattiveria. E poteva, come per incantamento, trasformarsi in centrocampista o in attaccante, in un improvviso, folgorante  goleador. Un giocatore universale, in anticipo sui tempi, sulle tattiche, sulle mode.

L’Atalanta e poi la Juventus, tanta nazionale, in quegli Anni Settanta e, soprattutto, Ottanta della nostra felicità e del nostro essere al centro dell’universo, di un Eldorado calcistico, quando da noi giocavano, tutti insieme e appassionatamente, Maradona, Zico e Platini, Leo Junior e Sócrates, i campioni del mundial, con Pablito Rossi in testa, il nostro indimenticabile Pablito.

E c’era Gaetano, il libero gentiluomo, la perfezione, esistenziale tecnica estetica, fatta persona, il giocatore che sapeva parlare con i suoi silenzi: e in questa società, e in questa epoca così volgarmente piena, stracolma di parole sbagliate, esagerate, rumorose, vuote ci mancano lo sguardo sereno e il silenzio edificante di Scirea. Quel silenzio che raccoglieva tutti i versi limpidi e tutti gli aggettivi perfetti, che racchiudeva un bene segreto, era epifania e bellezza; e ora la nostalgia accarezza e non provoca dolore, la malinconia ci prende per mano. Gaetano era il compagno gentile, sincero, disponibile. Era il pane in tavola. Rappresentava un archetipo: la figura prima del giocatore forte, ideale e onesto, un giocatore da letteratura, che sapeva esprimere sul verde del prato un talento puro, abbagliante.

Figlio di un operaio della Pirelli, Scirea non ha mai perso il senso dell’umiltà, quel darsi agli altri senza mettersi su un piedistallo, senza mai farsi accecare dalle luci della ribalta. Ha saputo vestire la gloria con semplicità, un campione in punta di piedi, consapevole, sempre, in ogni momento, della fragilità delle cose e della vita. Rispondeva a tutti, dall’editorialista del New York Times al giovane apprendista cronista del giornalino di quartiere, e a tutti diceva sempre, alla fine: «grazie».

Non ha mai conosciuto arroganza o presunzione, lui che ha vinto tutto. Per Enzo Bearzot, il Vecio narrato da Giovanni Arpino in Azzurro tenebra, il nostro più vero e intenso romanzo dentro il mondo del calcio, Gaetano era un angelo. E lo era per davvero, senza nessuna retorica.

Ritrovo Gai nei ricordi della moglie Mariella e nella dolcezza del figlio Riccardo, lo rivedo nella sua casa torinese, in quel suo accogliermi con un sorriso, «come stai, amico caro?». Sì, in tutto c’è stata bellezza, meraviglia, consapevolezza. E Gaetano Scirea era la nostra stella cometa.

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