Giocare senza tifosi è come ballare senza musica

Darwin Pastorin

Il calcio senza tifosi è vuoto di emozioni, di calore e di colori. È «silenzio d’echi».

Ci restano le voci dei protagonisti dal campo, come un pettegolezzo infinito. E la partita si è trasformata in un videogioco. Come sentenziò Eduardo Galeano, «Giocare senza tifosi è come ballare senza musica».

La pandemia ci sta togliendo tanto, troppo: anche la meraviglia del pallone, gli spalti gremiti, quello stupore che sempre ci prendeva, come un retaggio giovanile, all’ingresso delle squadre sul prato verde: e noi eravamo lì, in curva, con la nostra bandiera e la nostra giovinezza, avvolti e travolti e stravolti dal quel divenire, dai nomi scanditi, dal suono dei tamburi.

Ci sovviene Vittorio Sereni e la sua Domenica sportiva, una sfida a San Siro tra la sua amata Inter e la Juventus: «Il verde è sommerso in neroazzurri. / Ma le zebre venute di Piemonte / sormontano riscosse a un hallalì / squillato dietro barriere di folla. / Ne fanno un reame bianconero./ La passione fiorisce fazzoletti / di colore sui petti delle donne».

Il campo era la quiete e l’avventura, poetava Maurizio Cucchi: oggi siamo alla malinconia, alla disfida senza anima, al grigio dominante.

Non ci resta che rileggere Pier Paolo Pasolini, che nel 1970 disse: «Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Il cinema non ha potuto sostituirlo. Il calcio sì. Perché il teatro è rapporto fra un pubblico in carne e ossa e personaggi in carne e ossa che agiscono sul palcoscenico. Mentre il cinema è un rapporto fra una platea in carne e ossa e uno schermo, delle ombre. Invece il calcio è di nuovo uno spettacolo in cui un mondo reale, di carne, quello degli spalti dello stadio, si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo, che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo».

Chissà cosa scriverebbe oggi il nostro scrittore corsaro, che giocò all’ala destra, il ruolo dei fantasisti e dei ribelli, e definì il football un «linguaggio».

Sentiamo, forte, la mancanza del pubblico. Siamo in attesa di tempi migliori, di una rinascita, del ritorno ai giorni normali, di gesti comuni, persino banali, ma così assolutamente nostri e vitali. E il calcio dovrebbe anche recuperare il suo tempo romantico, di quando il marketing non aveva ancora sostituito il dribbling, e si poteva giocare per strada, in cortile, in piazza.

Ricordo la mia infanzia a San Paolo in Brasile, quella stretta stradina del quartiere Cambuci. Io, con i miei coetanei: mulatti, ebrei, musulmani, giapponesi. A inseguire quel pallone di plastica e di futuro, a capire subito, fin da bambini, la stupidità assurda e assoluta del razzismo.

Erano le stagioni della Seleçao campione del mondo nel 1958 in Svezia, la Seleçao del ragazzino chiamato Pelé e di quell’eroe tragico, e profondamente caro al nostro cuore, di Mané Garrincha, «l’angelo dalla gambe storte», l’ala perduta e smarrita che conquistò scudetti e trofei, poeti e narratori.

Modulò Carlos Drummond de Andrade: «Fu un povero e semplice mortale che aiutò un paese intero a sublimare le sue tristezze. La cosa peggiore è che le tristezze ritornano e non c’è un altro Garrincha disponibile. Ne occorre un altro che continui ad alimentarci il sogno».

Edilberto Coutinho dettò: «Perché lo scrittore scrive sempre delle sue passioni. E l’uso che in certi casi le dittature fanno del calcio non invalida il gioco, la forza magica della sua bellezza e della sua emozione, che continuano a prevalere. Perché il calcio come la letteratura, se ben praticato, è forza di popolo. I dittatori passano. Passeranno sempre. Ma un gol di Garrincha è un momento eterno. Non lo dimentica nessuno».

Così, ci prende la nostalgia. Dei campioni che non ci sono più come Scirea, Anastasi, Maradona, Paolo Rossi.

Dei versi di Umberto Saba dopo un gol: «La folla – unita ebbrezza – par trabocchi / nel campo. Intorno al vincitore stanno, / al suo collo si gettano i fratelli. / Pochi momenti come questo belli, / a quanti l’odio consuma e l’amore, / è dato, sotto il cielo, di vedere».

Dell’attesa della partita allo stadio, ripassando la formazione, rileggendo l’articolo sul quotidiano sportivo, consumando gli ultimi riti. E poi, ecco, nel lampo, i giocatori arrivare. Ed è frastuono di felicità: in attesa di quel tiro imparabile, di quella parata impossibile.

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