Pelè, O Rey: l’uomo che inventò il 10

Giorgio Simonelli

Al contrario di quello che i tifosi napoletani gridavano in quella divertente canzoncina, io non ho mai visto Maradona, dal vivo si intende. In compenso mi è capitato parecchie volte di vedere Pelé.

Addirittura, credo di averlo visto quando nessuno sapeva chi fosse. Dico penso perché lui era confuso tra le varie riserve di un Brasile che stava preparando i mondiali svedesi del 58 con una serie di amichevoli in Europa. Quando arrivò a Milano per sfidare e battere 4 a 0 l’Inter, io ero allo stadio: premio di mio papà per la mia bella pagella di quarta elementare; ma Pelé non giocava, era la riserva di Altafini, detto Mazola che segnò due gol strepitosi. Lui era in panchina o forse in tribuna.

La cosa, per me indimenticabile, non avrebbe nessun significato se molti anni dopo non avessi visto nuovamente Pelé. Era l’autunno del 2004 ed era ospite d’onore del festival Sport Movies & TV, il concorso di film e video sportivi organizzato ogni anno da Franco Ascani a Milano. Eravamo in una sala di palazzo Marino e Pelé, dopo la premiazione, fu chiamato a fare un discorso. Di solito quando i calciatori sono chiamati a questo compito c’è da temere il peggio: mettono insieme a fatica una serie di banalità e luoghi comuni prevedibili e fasulli. Pelé invece ci stupì per la sua originalità e autenticità: disse che era felice di trovarsi a Milano, perché Milano era stata la meta del suo primo viaggio. Quando aveva diciassette anni e non era mai uscito dal Brasile, non aveva mai fatto una valigia, convocato a sorpresa in nazionale, quasi inconsapevole di quello che gli stava accadendo, fu imbarcato su un aereo e si trovò a Milano (era appunto per quella partita di cui dicevo).

Per questo Milano era da sempre un posto speciale nella sua memoria e nel suo cuore. Disse il tutto con semplicità e sincerità tanto da lasciare i presenti affascinati e un po’ commossi.

Proprio per questa immagine di autenticità che Pelé mi ha lasciato, non ho amato i due film più famosi che si citano quando si parla di lui. Non ho amato Fuga per la vittoria di Huston che cade nella trappola che coinvolge molti dei film sul calcio, quella della ricostruzione delle fasi di gioco, un’impresa impossibile che rende le azioni inverosimili, false, compresa la celebre rovesciata di Pelé. E non ho amato neppure il biopic di Jeff e Michael Zimbalist, piegato alle regole delle scuole di sceneggiatura americane che prescrivono il conflitto tra l’eroe e il vilain, lì rappresentato da un Altafini invidioso e un po’ razzista, che, tra parentesi, nella realtà si è giustamente risentito minacciando querele.

Insomma, se si vuole ritrovare il vero Pelé occorre uscire dal cinema, almeno dal grande cinema hollywoodiano, più facile trovarlo in certi documentari o in certe fotografie. Per esempio, ce n’è una straordinaria che campeggiava a grandezza naturale all’ingresso delle tribune del Maracanà, quando ci sono stato nel secolo scorso. Non so se ci sia ancora dopo la ristrutturazione: è una foto scattata nel 1958 a Stoccolma al termine della finale mondiale vinta dal Brasile con due gol di Pelé, uno dei quali bellissimo. Ritrae Pelè giovanissimo, non ancora diciottenne, che, mentre i compagni festeggiano, piange sul petto del portiere Gilmar. È l’immagine emozionante di un pianto infantile, il pianto irrefrenabile di un bambino che non può credere che all’improvviso è diventato O Rey.


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