La nave amara. Quel che (non) siamo diventati dopo lo sbarco della Vlora

Onofrio Romano

Ora che le celebrazioni per il trentennale dello sbarco della Vlora a Bari sono a distanza di sicurezza, è forse possibile tornare a riflettere freddamente sul senso di quell’evento, al riparo dalle luci della retorica.

Per i due popoli dirimpettai (pugliesi e albanesi) si è certamente trattato di un tipico momento di effervescenza collettiva che, come affermava Durkheim, è il fuoco in cui si forgiano l’identità e le istituzioni di un consorzio sociale. L’evento ha prodotto quello che siamo oggi. Quello che siamo oggi, corrispettivamente, produce la memoria dello sbarco biblico di quasi ventimila esseri umani sul molo barese.

La maniera in cui è stato narrato, ricordato, rubricato, il senso che gli è stato attribuito in questi anni e anche durante le recenti celebrazioni è, dunque, importante per capire la nostra sostanza odierna, nonché quello che avremmo potuto ma abbiamo rinunciato ad essere. La memoria collettiva è un faro che illumina (e «crea» con la sua luce) ciò che legittima il modo di essere del collettivo al presente e, al contempo, mette in ombra quel che nel tempo esso ha rigettato di sé.

Occorre ammettere, innanzi tutto e a parziale smentita di quanto detto fin qui, che le celebrazioni si sono svolte in un clima di generale indifferenza. Tutto si è risolto in appuntamenti ufficiali, cui hanno partecipato di fatto solo gli addetti ai lavori. Il caldo dell’agosto scorso costituisce un’attenuante inoppugnabile e, in ogni caso, non è necessario che un evento sia vivo nella coscienza degli attori perché abbia rilevanza nella loro vita. Ma che la città tratti con sufficienza quello che a parere unanime ha rappresentato uno spartiacque fondamentale per la nostra terra la dice lunga sulla fondatezza dei cascami retorici sui «baresi brava gente».

Anche durante le celebrazioni non è mancata la favola del popolo buono che ha dato ospitalità, aiuto e accoglienza ai profughi albanesi, a dispetto delle élite malvagie che, invece, hanno fatto di tutto per rispedirli al mittente. Non vogliamo certo negare i numerosi episodi di solidarietà concreta, dal basso, che in quei giorni hanno dato lustro alla città, al di là delle cerchie dei solidali di professione. Vi è stato certamente un afflato collettivo di fronte a quei volti scavati dall’indigenza e desiderosi di riscatto. I baresi hanno ritrovato quel sentimento di empatia popolare che di tanto in tanto riemerge in occasione di eventi a forte intensità emozionale. Si tratta, tuttavia, di pulsioni che si sciolgono come neve al sole per cedere il passo ad attitudini meno encomiabili, ossia alla cura dell’interesse egoistico di breve termine.

Il principale quotidiano pugliese dell’epoca (oggi in cattive acque), che certo nella sua storia non ha mai osato sfidare la corrente dell’umore popolare, titolava in quei giorni a caratteri cubitali: Invasione. E l’editoriale di spalla si apriva con un sonoro: Devono andarsene.

Non esattamente un inno all’accoglienza. Anche rispetto al fantomatico conflitto tra istituzioni locali benevole e istituzioni centrali matrigne (incarnate le prime dal sindaco Dalfino e le altre dal presidente Cossiga) occorre rimettere i piedi per terra. Per fortuna, in uno degli incontri celebrativi, Gianni Di Cagno, all’epoca consigliere comunale dell’opposizione comunista ma molto vicino al Sindaco Dalfino, ha ricollocato la vicenda sui giusti binari, ricordando che tutti i gruppi consiliari si espressero ufficialmente per il rimpatrio immediato degli albanesi.

La differenza di atteggiamento (o meglio di strategia di accoglienza) tra governo centrale e governo cittadino nei giorni convulsi dello sbarco e della reclusione degli sbarcati nello stadio della Vittoria riveniva di fatto all’esistenza di interessi differenziati: Cossiga e, in particolare, l’allora ministro dell’Interno Vincenzo Scotti, volevano platealmente riservare un trattamento ostile agli albanesi per scoraggiare nuovi sbarchi; Dalfino e i suoi collaboratori più illuminati (non certo l’istituzione municipale in quanto tale) capivano, invece, che pur non potendosi dare accoglienza a tutti, vi era un nostro interesse preminente a coltivare rapporti di buon vicinato, data la prossimità territoriale tra Puglia e Albania e l’oggettiva apertura di una nuova stagione di convivenza, dopo il dissolvimento della cortina di ferro.

Insomma, una minoranza del popolo e una minoranza delle élite locali (e anche nazionali) hanno tirato per tutti la carretta della solidarietà: la parte (la particella, diremmo più verosimilmente) ha dato lustro al tutto.

Ma questi aspetti sono del tutto trascurabili. Si tratta di logiche ricorrenti ad ogni latitudine e che non ci dicono molto sull’oggetto specifico di questo contributo. Qual è oggi la narrazione egemone sul senso dello sbarco della Vlora?

Da sempre relegate nel loro cono d’ombra di periferia, Bari e la Puglia – si è detto insistentemente in questi anni ed è stato ribadito durante le celebrazioni – si sono ritrovate grazie alla Vlora sotto i riflettori della storia. Gli albanesi, dal loro canto, sono usciti da un brutale stato di cattività per affacciarsi al mondo. Per gli albanesi, noi siamo stati il mondo. Corrispettivamente, noi, grazie allo sguardo dei nostri momentanei ospiti, ci siamo resi conto di essere (per loro) il mondo e di stare nel mondo. Ci siamo ritrovati al centro e non più in periferia. All’incrocio dei mondi (quello in dismissione ad Est e quello in pieno vigore ad Ovest), al centro di flussi migratori che negli anni successivi, da Est e dal Nord Africa, si svilupperanno senza sosta. Da quel momento ci siamo resi conto di essere a pieno titolo cittadini dell’Occidente e quindi abbiamo cominciato a costruire il nostro racconto. «Noi stiamo al centro e adesso facciamo i signori». Da lì, carsicamente, hanno avuto origine quei processi sociali, culturali e politici che prenderanno poi forma all’alba del nuovo millennio con la primavera pugliese (la nascita di Città Plurale, l’elezione di Emiliano a Bari e di Vendola in Regione ecc.). Puglia e Albania, insomma, hanno visto la luce (per dirla con il più famoso attore americano di origini albanesi).

Questa narrazione, nonostante le belle apparenze, è molto insidiosa, poiché spiccatamente impolitica.

Laddove interviene la logica binaria normale/patologico, vero/falso, luce/oscurità ecc. scompare la politica, ossia la possibilità di pensare modi differenti di stare al mondo. Si contrappongono solo un modo giusto e un modo sbagliato. Pensando che il modo giusto non sia di parte, frutto di conflitto, di vincitori e perdenti, che non sia cioè una possibilità tra le altre, ma l’unica ammessa. Il regime occidentale liberale diventa l’unico regime possibile («nessun altro mondo è possibile», per parafrasare lo slogan dei no-global d’antan).

Questa deriva impolitica ha subito una specificazione d’intensità straordinaria nelle celebrazioni agostane: l’intero programma delle manifestazioni, possiamo dire, è stato incartato dentro la cornice retorica della questione migratoria e del diritto individuale di ciascuno a circolare e a scegliere liberamente il posto dove vivere. La vicenda della Vlora è diventata un mero «fatto migratorio»: «Il lungo viaggio dei diritti» è il titolo che Fondazione Feltrinelli e Comune di Bari hanno dato all’evento clou delle celebrazioni (la matinée al Teatro Piccinni, che ha visto sfilare giornalisti, testimoni diretti, politici, studiosi di migrazioni e, soprattutto, rappresentanti di organizzazioni impegnate nell’assistenza ai migranti e per i diritti umani).

Il senso del fatto, in questa chiave, è stato sintetizzato molto bene dal grande giornalista (di sinistra) Guido Ruotolo: gli albanesi fuggivano dal «Medioevo» (testuale) in cui erano stati relegati dagli sciagurati comunisti al potere e sono arrivati finalmente nella terra dei diritti, delle libertà e dell’opulenza. Tutto qui. Persone senza opportunità di realizzazione personale, sociale, economica, si sono dirette verso la terra dove potersi finalmente realizzare.

In uno dei comunicati stampa del Comune di Bari annuncianti le celebrazioni è capitato persino di leggere che, grazie allo sbarco della Vlora, «Bari è entrata nella modernità». Certo, un’affermazione del tutto priva di senso: che Bari sia entrata nella modernità nel 1991 è una sciocchezza di dimensioni colossali, resa possibile dell’indeterminatezza del significato del termine modernità nel linguaggio comune (e anche in quello scientifico, occorre ammettere). Una sciocchezza tuttavia molto rivelatrice. Sta a dire: noi siamo diventati a buon diritto e a tutti gli effetti discepoli del modello occidentale.

A posteriori, possiamo dire che è stato esattamente questo il senso di quel momento di effervescenza collettiva. È questo che ha forgiato gli albanesi e i pugliesi nei decenni successivi. Abbiamo inseguito spasmodicamente la modernità occidentale, capitalista, liberale. Abbiamo fatto di tutto per diventare «come quelli del Nord», quelli che stanno al centro del sistema. Ci siamo auto-annessi al grande mondo in forma subalterna. Abbiamo cercato di riprodurre in loco, come copia conforme, il modello della modernità liberale occidentale. E – non c’è che dire – siamo stati ottimi discepoli.

Come abbiamo scritto altrove, tuttavia, questa integrazione si è compiuta in forma duale. Sul piano che Marx chiamerebbe «sovrastrutturale» della cultura e dell’immaginario vi è stata un’integrazione pressoché perfetta. Siamo stati in grado di assorbire l’immaginario del capitalismo liberale in una maniera impareggiabile. Un tratto questo che deriva dalla nostra plurisecolare condizione di subalternità periferica, che ci ha permesso di forgiare straordinarie doti mimetiche nei confronti del colonizzatore di turno. Noi basso-adriatici sappiamo «fare gli americani» come pochi. Questo vale anche al contrario: nel senso che non siamo meri fruitori passivi dell’immaginario egemone, ma siamo diventati bravissimi a produrre manufatti culturali irradiati poi dal centro. Non si contano i successi pugliesi nella letteratura, nella musica, nel cinema, persino nella politica, maturati negli ultimi decenni. Ma a dispetto di questa spiccata «presenza scenica», sul piano economico-sociale (infrastrutturale, direbbe Marx), la condizione di perifericità permane tutta. La Puglia è inequivocabilmente e a pieno titolo un territorio meridionale e periferico. Gli indicatori macro di Puglia e Albania ci raccontano di territori sotto-sviluppati, di economie strutturalmente da terzo mondo. Spazi sostanzialmente de-industrializzati in cui i centri propulsori dell’economia mondiale delocalizzano i segmenti di processo a più basso valore aggiunto e i cosiddetti servizi del terziario arretrato.

Siamo diventati, soprattutto, un fantastico luogo di ricreazione per coloro che al Nord lavorano per davvero, come racconta magistralmente e senza alcun alito di vergogna l’ultimo e pluripremiato spot della Regione Puglia. Siamo sempre meno «inferno mafioso» e sempre più «paradiso turistico»le due derive contro cui, invano, ci ha messi in guardia Franco Cassano nel «pensiero meridiano».

Già, il pensiero meridiano. Uscito pochi anni dopo lo sbarco, esso racchiude quello che avremmo potuto essere e realizzare grazie all’effervescenza dell’agosto 1991, ma che abbiamo scelto di accantonare. Racchiude l’alternativa «autonoma e critica» a quella «subalterna e acquiescente» che ha infine prevalso.

Come abbiamo scritto in un altro pezzo su questa medesima testata, quello non era un libro sul Sud, per il Sud (a suo uso e consumo). Quel libro teneva dentro tutta la traiettoria del pensiero occidentale e la trascendeva. Costituiva una punta avanzata del pensiero sulla «terra del tramonto», sulle sue crisi e sulle sue derive che, da qui, eravamo in grado di illuminare meglio che altrove. Quel libro ci mostrava che il destino del Sud non era necessariamente porsi all’inseguimento della modernità, ma che esso conteneva persino elementi culturali, sociali, politici, economici potenzialmente in grado di emendare molti dei nodi e delle tare che funestavano il Grande Occidente, a dispetto dei suoi apparenti successi.

E il pensiero meridiano non è stato un fungo, un acuto nel deserto. Ha alimentato e si è alimentato di un vasto movimento di riflessione, di ricerca, di azione politica collettiva, grazie al quale la nostra storia e la nostra identità, in rapporto col mondo, è stata completamente ripensata.

Quando nei primi anni Novanta, da novizio della ricerca, mi sono recato in Albania proprio sull’onda dell’effervescenza collettiva generata dall’incontro coi nostri dirimpettai, ho scoperto che le immagini dei corpi smagriti e dei volti disperati dei ventimila passeggeri della Vlora ci avevano fatto prendere lucciole per lanterne. L’Albania non era il nostro passato. Non era affatto il Medioevo. Quel popolo, tutt’al contrario, era stato annientato proprio da un’applicazione radicale e coerente dei principi della razionalità occidentale. E gli albanesi della Vlora non correvano verso la modernità. In un certo senso, fuggivano dalla modernità. Stavano intraprendendo un vero e proprio «processo di demodernizzazione» (così definito e persino misurato coi metodi della sociologia nel mio libro d’esordio, L’Albania nell’era televisiva).

Parimenti, la condizione di marginalità periferica in cui versava la Puglia (e in cui ancora versa, nonostante le apparenze) non era dovuta al suo essere il «non ancora» della modernità. Era bensì l’esito fisiologico dell’«integralismo della corsa» (Cassano) insito nel regime occidentale, che genera necessariamente la crescita di schiere sempre più folte di perdenti ai bordi delle sue main street.

L’oscurità che avvolgeva l’intero basso adriatico prima dell’arrivo in porto della Vlora non era che l’ombra della modernità stessa. In quel momento, noi avremmo potuto cominciare a proiettare la nostra luce. Su questo hanno lavorato in tanti. Si ricordi, in particolare, l’encomiabile lavoro autenticamente interdisciplinare del Cesforia (il Centro di studi e formazione nelle relazioni interadriatiche) diretto da Franco Botta, che ha visto impegnati numerosi docenti dell’Università di Bari insieme ad una vasta rete di colleghi delle Università dei paesi Balcani nell’allestimento di scuole estive per studenti di entrambe le sponde, seminari, convegni, ricerche che hanno generato importanti imprese editoriali collettive (Europa adriatica con Laterza e per Franco Angeli Lezioni per l’Adriatico, Seduzione e coercizione in Adriatico, La questione adriatica e l’allargamento dell’Unione europea, due interi numeri della prestigiosa rivista Lettera Internazionale e molto altro). Tutti protesi alla ricerca di una rigenerazione, da qui, dell’Europa secca e senz’anima dentro cui continuiamo ad annaspare, di una civiltà più ricca, di un’economia del doposviluppo. Di questo enorme lavoro sono rimaste ben poche tracce. È significativo che alle celebrazioni per il trentennale della Vlora non sia stato invitato nemmeno un docente dell’Università di Bari. Solo addetti alle migrazioni en général, all’impolitico, ovvero alla glorificazione dell’Occidente come unico centro di attrazione universale dell’umanità tutta.

La primavera pugliese portava dentro di sé questa altra possibilità, ma si è scelto di accantonarla e di rimuoverla. Ci sono certo delle attenuanti generiche: anche quando è in declino, un regime conserva il potere di dare le fiche del gioco. I governi locali non hanno fatto altro che captare al meglio le risorse e le opportunità offerte dall’Ue (in questo consiste ormai gran parte l’esercizio amministrativo), ponendosi in una condizione di subalternità. L’effervescenza collettiva non ha mai destinazioni necessarie: le istituzioni che da quella emergono nel lungo periodo dipendono da come la materia incandescente viene plasmata dagli esseri umani in carne ed ossa. E questi non agiscono mai come un sol uomo. Né tutto dipende da loro, poiché i contesti più ampi che li inquadrano conservano un’influenza pesante. Una possibilità ha vinto. Un’altra ha perso. Ma le partite della storia (al contrario di quelle sportive) non si concludono mai con risultati netti e definitivi. Le voci oggi soffocate potrebbero tornare a farsi sentire in futuro, ad agio di nuove condizioni. Per l’istante, quel che è certo è che le celebrazioni per il trentennale dello sbarco della Vlora sono state lo specchio del nostro giulivo arretramento culturale e politico. Ma il deserto che abbiamo fatto sarà almeno pieno di turisti.

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