Lorenzo Insigne e l’identità fragile dell’Italia

Giorgio Simonelli

Messo un po’ in ombra da altre vicende del mondo sportivo (l’affaire Djokovic, le norme per conciliare il contrasto al covid con lo svolgimento del campionato) si è consumato nei giorni scorsi un altro bruttissimo incidente nella storia del calcio nazionale.

Premesso, per evitare le rampogne dei moralisti, che ci sono problemi assai più gravi, la decisione di Lorenzo Insigne di trasferirsi a partire dal prossimo luglio nella squadra del Toronto, è una di quelle notizie che, lungi dal riguardare solo gli sciocchi fanatici del pallone, pone importanti interrogativi sul nostro destino.

Chi siamo? dove andiamo? da dove veniamo? E non si sta solo scherzando alla maniera del mitico Pazzaglia.

Da dove veniamo, per esempio. Non vorrei tediare i lettori con un aneddoto che amo raccontare, ma mi pare assai significativo. 1980: un’epoca in cui né Napoli né il Napoli attraversavano momenti particolarmente felici. La squadra galleggiava senza infamia e senza lode nel campionato senza raggiungere i prestigiosi palcoscenici europei, ben lontana dall’aura che l’arrivo di Maradona le avrebbe conferito anni dopo. La città già in una situazione piuttosto difficile sul piano economico e sociale si trovò a vivere il dramma del terremoto e delle sue infinite conseguenze. In quel contesto nel mese di settembre, a campagna acquisti già conclusa, il Napoli ottiene il prestito di Ruud Krol.

Krol da qualche mese gioca nel Vancouver dopo una strepitosa carriera tra i lanceri dell’Ajax e la mitica Olanda vicecampione del mondo per due volte. Insomma, pur non essendo particolarmente anziano, sembra ormai in disarmo, intenzionato a racimolare cospicui guadagni in un campionato per nulla faticoso. A sorpresa sceglie di cambiare completamente vita, trasferendosi in una città difficile, anche per un calciatore, in un campionato in cui si lotta su ogni pallone. A un giornalista che gli chiede il motivo di questa sua scelta, Krol dà una risposta che non ho mai dimenticato.

Dice che per un grande calciatore è essenziale giocare davanti a un grande pubblico, grande per quantità, per intensità della partecipazione. Infatti, ben presto si trova a giocare al San Paolo gremito da 80 mila tifosi e il Napoli resta in lotta per scudetto fino alla fine del campionato.

Ecco, noi veniamo da qui, dal calcio inteso come festa, come tempo e luogo in cui si manifesta la vita cittadina, in cui si esprime l’identificazione tra la città e la squadra di calcio che ne è un simbolo, uno dei più potenti, in quella dimensione sacrale che tanto appassionava Pasolini. La vicenda di Maradona, qualche anno dopo, ci avrebbe spiegato in forme clamorose questo fenomeno.

Siamo così al secondo interrogativo fatale: chi siamo?

Perché Lorenzo Insigne non è solo un calciatore. Senza poter sostituire Maradona né a livello tecnico sul campo, né a livello simbolico nell’immaginario, Insigne aveva i caratteri giusti per interpretare il ruolo dell’eroe mitico. Napoletano purosangue, abbastanza scugnizzo nella fisonomia e nei modi, estroso nei gesti tecnici (u’ tir a ggiro…), un po’ tormentato: in lui, nei suoi successi e in qualche intemperanza si poteva identificare la città, con la sua costante ricerca di riscatto e forse l’intera nazione.

In fondo solo pochi mesi fa era stato uno dei grandi protagonisti dell’inattesa vittoria italiana agli europei ampiamente letta, non senza una certa dose di strumentalizzazione politica, come evento esemplare della rinascita del Paese. Ma quell’identità nazionale che si specchiava nella vittoria figlia della compattezza del gruppo, è un’identità ben fragile e ambigua se a distanza di pochi mesi uno dei leader di quel gruppo lascia la sua città e il suo paese, senza grandi rimpianti. E va a esibire il suo talento non davanti a platee prestigiose capaci di apprezzare il genio italico, ma nel più anonimo dei teatri. Questo oggi siamo, scambiabili con il lontano, marginale Canada, a livello calcistico, ovviamente; ma quando si parla di calcio, si sa, non si parla mai solo di calcio.

Dove possiamo andare, dunque, con premesse così pesanti?

Non molto lontano, anzi da nessuna parte come si suol dire. Specialmente se continueremo a ridurre il problema assai complesso alla semplice avidità del singolo calciatore o a rispolverare la retorica delle bandiere che non esistono più (in realtà anche nel passato c’erano bandiere e non). Oppure se crederemo, come molti ci raccontano, che il problema si possa risolvere costruendo degli edifici dove si può fare di tutto, forse guardare anche una partita di calcio.

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