Viva Venezia, il festival della bellezza e del coraggio

Giorgio Simonelli

Se ha ragione Robinson di la Repubblica a celebrare con un bentornati i festival culturali settembrini «che hanno il coraggio di ricominciare» – tra questi c’è anche il nostro Lector in fabula -, allora bisogna dire che quello del cinema di Venezia, è stato il più coraggioso. Non solo perché è stato il primo a partire, ma anche per il fatto abbastanza evidente che mettere in piedi una mostra del cinema con proiezioni, ospiti da tutto il mondo, irrinunciabili red carpet, premiazioni e un pubblico solitamente un po’ eccitato, è più complicato che farlo con un pacato e riflessivo festival della filosofia o della spiritualità. Tant’è vero che il festival che si svolge negli stessi giorni della rassegna veneziana, quello di Telluride, è stato cancellato, e quanto a Montreal e San Sebastian si vedrà a ottobre.

Viva Venezia dunque e un applauso a chi ci ha creduto e l’ha organizzato. Confesso che personalmente sono un po’ di parte. Nel senso che, indipendentemente dalle sue linee culturali, dalle scelte dei direttori, dalle sue scoperte più significative o effimere, ho sempre pensato che quello di Venezia sia sempre il più bel festival del cinema del mondo. Per due motivi che riguardano due dati fondamentali in ogni evento: lo spazio e il tempo.

Lo spazio della mostra del cinema non è Venezia, città di fascino unico, ma il Lido, un isolone non certo privo di bellezze un po’ fané ma a sé stante. Questo suo isolamento nei giorni del festival produce uno strano, magico effetto. Si sta tutti lì, in pochi metri quadrati, ci si vede tutti, si discute, ci si incontra negli stessi bar, lungo le stesse strade, nei ristoranti, ai parcheggi delle biciclette. Certo non accade ai supervip, ai divi inarrivabili, ma il resto del mondo del cinema, critici, registi, attori, semplici appassionati si mescolano. Accade che un attore che hai appena visto sullo schermo di un film sieda al tavolo accanto al tuo nella buona osteria che i frequentatori del festival conoscono: e l’effetto è davvero straniante.

Poi c’è il fattore tempo. Venezia da sempre inaugura la stagione cinematografica, quei giorni in cui dopo le vacanze e il rientro nelle città si torna abitualmente al cinema. I film di Venezia sono i primi film dell’anno. O meglio di un’annata che si chiude a maggio-giugno con i film di Cannes. Almeno così va in Europa dove l’estate non è mai diventato un periodo brillante di consumo cinematografico. Per cui a Venezia tocca il privilegio di aprire una stagione con tutto l’entusiasmo e la voglia che ci sono in ogni momento iniziale. Ora è evidente che questa funzione questa volta è particolarmente importante. Si arriva da un lungo periodo di assenza totale del cinema dalle nostre vite. Come ha osservato acutamente qualcuno non era mai accaduto, neanche nel corso delle due guerre mondiali. Questa volta il festival di Venezia svolge un compito determinante in quel ritorno alla normalità che tutti desiderano ritrovare al più presto.

Quindi, dopo un applauso fragoroso a chi è riuscito a costruirlo contro ogni previsione, diventa ancor più indispensabile la collaborazione di chi lo racconta in tv e sui giornali e sarebbe utile che si concentrasse su quello che davvero conta in un festival del cinema: i film, i registi, gli attori nella loro interpretazione. Per le storie della loro vita privata, per le loro mise e gli stilisti che le hanno create, per gli esibizionismi di chi con il cinema non c’entra nulla e usa il festival come passerella ci sarà un altro tempo e un altro spazio. La Mostra d’arte cinematografica di Venezia non è il Grande fratello vip.

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