Il Sud è un’altra cosa: il romanzo di Alessandro Leogrande

Enzo Mansueto

«Fino a che punto è lecito scavare, porre e porsi domande, interrogare i superstiti? Qual è il punto esatto in cui il dovere della memoria sconfina nella morbosità? Come evitare di essere parte di un processo di spettacolarizzazione? Cosa raccontare, su cosa fissare lo sguardo per sottrarsi a tale rischio?». Se lo domandava Alessandro Leogrande nelle pagine de La frontiera (2015), il suo ultimo libro pubblicato in vita, se si esclude il libretto d’opera Haye, apparso appena poche settimane prima della morte (tutt’altro che un divertissement a margine del lavoro di indagine: anzi, nelle vesti del librettista, si rivelava la natura espressiva mimetizzata nella pagina d’inchiesta).

Quell’interrogarsi non sollecitava soltanto questioni etiche, pur sempre allertate dalla scrittura di Leogrande, benché alla larga da moralismi e preconcetti ideologici. La sua era, infatti, piuttosto un’etica essenziale dell’umano, dell’essere umano, dell’interessarsi e dell’inter-essere, tra gli umani. Etica tanto ferma quanto provvisoria e sospesa, poiché animata dal riconoscimento pieno dell’alterità, e dal tentativo di dirne la domanda paralizzante: con umiltà e dubbio, se pur nutrito dalla dovizia informata dell’inchiesta e affidato al profluvio narrativo del racconto.

Leogrande lascia che sia il lettore a emettere il giudizio, colmando col suo fiato il vuoto del non detto, dell’urlo trattenuto. Come in quelle pagine finali de Il naufragio (2011), quando, dopo aver raccolto la testimonianza lacerante del padre delle giovani donne albanesi morte in mare al largo delle nostre coste, lascia che siano le non-parole a parlare: «Nessuno di noi riesce più a parlare. Seguiamo l’anziano bracciante verso la macchina ed entriamo nell’abitacolo come automi. Vorrei urlare, solo urlare, urlare contro tutto questo non senso, contro tutti questi rivoli di sofferenza, di vite spezzate, di vite andate a male, di cui in Italia non si sa più niente, o forse non si è mai saputo niente. Vorrei urlare, solo urlare, ma rimango in silenzio».

Ecco, in quel restare in silenzio, non ravvisiamo solo un ungarettiano appello a smetterla di uccidere i morti o lo sdegno ammutolito per l’indifferenza del prossimo, bensì davvero un’indicazione di stile: trattenere l’urlo – in una scrittura che si atteggia a composta ricostruzione storico-giornalistica, malcelando una vocazione romanzesca esemplare e mitopoietica, accesa dalla simbologia sepolcrale della memoria (la tomba dello sperduto cimitero del giovane ignoto agli inizi di Uomini e caporali) – non è un annullarlo, quell’urlo, ma un consegnarlo intatto all’altro, al lettore, affinché sia lui, sulle tracce della scrittura, a volerlo infine gettare.

Quelle interrogative da cui partivamo, rimandano dunque anche a una questione di stile, di espressione, e sollecitano una riflessione sullo statuto del romanzo moderno, troppo spesso oggi schiacciato in schematismi merceologici ed editoriali, e ravvivato invece, nella sua originaria natura di genere saturo, da quelle scritture che oggi, i più, amano definire ibride. È stato già detto, ma non è pleonastico ripeterlo, Leogrande di questo ibridismo, dei cosiddetti reportage narrativi – un po’ inchiesta, un po’ saggio, un po’ diario di viaggio, un po’ racconto, un po’ denuncia, con l’oramai immancabile quota di autofiction –, è stato, sin dai suoi primissimi passi, e prima di più mediatici inquisitori da classifica, un frequentatore accorto e notevole.

Quando ci capitò tra le mani il suo primo libro, era la fine dell’estate del 2003, ciò che ci colpì non era soltanto la grande capacità di montaggio e ricostruzione di una complessa vicenda criminale, giuridica, politica, ma l’abilità nell’individuare mitologie emblematiche nella storia e nella cronaca dell’estremo contemporaneo (eccolo, il librettista in nuce). E, soprattutto, ci impressionò il talento narrativo, la capacità di raccontarle a vivo quelle figure del contemporaneo, con quella forza percettiva – nel senso di mettere la ricostruzione sotto i sensi del lettore – che è propria del grande romanzo.

In quel promettente libro d’esordio che era Le male vite, infatti, la ricostruzione del contrabbando di sigarette, tra le coste pugliesi e l’innominabile paesaggio oltreadriatico, fatto di rovine post-comuniste, nuove mafie e finanziamenti occulti delle multinazionali, procede attraverso una scrittura che, fingendo la collazione verbalizzante di atti politici e legali, di reperti e fonti, tra inchiesta e storicizzazione, punta dritto alla narrazione dello spirito del tempo. Già l’incipit (per tacere dello stesso titolo, che scomponeva l’abusato composto) era folgorante, e rivelatorio (delle intenzioni simboliche del testo che seguiva): «Il crimine è uno specchio straordinario delle trasformazioni sociali». Una lezione che, banalizzata, informa come un credo, in buona e in cattiva fede, tanti romanzi di genere aggrappati agli scaffali effimeri dell’odierno supermercato librario.

Nell’inappuntabile ricostruzione delle vicende narrate, conclusa con la parziale vittoria dello Stato e l’irripetuta Operazione Arcobaleno, Alessandro Leogrande inseriva squarci romanzeschi che ravvivavano il freddo dato di cronaca con la resurrezione inventiva di memorie minime e che anticipavano gli sviluppi di uno stile narrativo unico e troppo presto spezzato: «Anni fa in ogni città meridionale era possibile vedere i contrabbandieri di sigarette. Agli angoli delle strade, all’ombra negli androni di palazzi scalcinati, davanti al bar. Per noi, ragazzi borghesi di provincia che cominciavamo a fumare le prime sigarette nei bagni del liceo, era del tutto normale acquistare sigarette dai contrabbandieri. Si risparmiavano mille lire e il tabacco era solo un po’ meno buono. Chiusi in provincia, ci stupivamo quando i settentrionali di passaggio si scandalizzavano dinanzi all’accettazione sociale di un traffico illegale. Il Sud è un’altra cosa».

Nel contesto attuale, complicato dalla pandemia, mancano lo sguardo e la voce, lo stile di Alessandro Leogrande. In tanti ci siamo chiesti, chissà cosa avrebbe scritto, della sinistra, dei filosofi, delle piazze agitate dalla pseudopolitica. Ricordiamo le sue osservazioni di dieci anni fa, dopo le violenze del 15 ottobre in Piazza San Giovanni, supportate ancora una volta da una lucida analisi materialistica che passava attraverso l’accalorata narrazione degli uomini.

Quando scriveva, a proposito di quelle piazze, che, tra le altre, una «cosa che mi viene in mente è una riflessione sulle vostre facce, le vostre urla, la vostra foga piccolo-borghese di chi in realtà ha poca esperienza del mondo… Da dove uscite fuori? In quali luoghi, su quali libri, attraverso quali lotte vi siete formati in questi anni? Cosa pensate della politica, dal momento che non avete altre idee di manifestazione politica che questa?».

Ancora una volta sono dubbi e domande, un procedere inquisitivo, per interrogative, che scopre nodi nevralgici e stura il flusso del racconto. Una storia aperta. Un andamento narrativo condotto con antenne sensibilissime e un’attualità sconcertante: «Basta con la coreografica messa in scena di chi organizza la propria violenza, in modo talmente coreografico, nel suo gioco delle parti con le forze di polizia, da non avere niente di spontaneo». Alessandro non ha potuto assistere alle recenti manifestazioni di piazza, di ogni colore politico, pacifiche o violente, nazionali e internazionali, ma il suo romanzo aperto pone ancora questioni e esige risposte tutt’altro che scontate. Tra le pieghe espressive della pagina. Rileggiamolo.

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