L’intervista televisiva e i nuovi modelli

Giorgio Simonelli

Raccontano gli storici che l’autorevolezza e la fama di indipendenza della BBC sia nata in una precisa occasione. Nel 1926 ci fu in Gran Bretagna una giornata sciopero generale e in quel giorno l’unica fonte di informazione rimase il notiziario che la radio trasmetteva alle 19:00.

Il modo in cui l’emittente pubblica trattò la notizia suscitò aspre critiche sia da parte del governo sia da parte dei sindacati che avevano organizzato lo sciopero. La cosa fu sfruttata dai dirigenti della BBC come prova della sua terzietà e dell’indispensabilità della sua presenza, che, infatti da quel momento si fece sempre più ampia nell’ambito dell’informazione.

«Si parva licet…» mi è tornato alla mente questo celebre episodio a proposito di quanto accaduto di recente nel dibattito sempre acceso sulle vicende dell’informazione televisiva, in particolare sui talk show che si occupano di politica.

Nel corso di due puntate di uno dei migliori dei migliori tra i talk, Otto e mezzo, in onda su La 7, si sono succedute due interviste della conduttrice Lilli Gruber a due esponenti politici che, sia pure appartenenti alla stessa coalizione di governo, sono ora in forte contrapposizione, Il presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte e la rappresentante di Italia viva Maria Elena Boschi. In entrambi i casi l’intervistatrice è stata travolte da critiche pesanti che le rimproveravano un’evidente antipatia nei confronti dell’interlocutore, un pregiudizio di fondo, una aggressività immotivata, la tendenza a interrompere le risposte dell’ospite per incalzarlo con una nuova domanda o con un’osservazione critica rivelatrice della sua personale opinione, segno di schieramento, di mancanza di obiettività.

Insomma, sempre «si parva licet», come accadde alla BBC, il metodo Gruber è finito nel mirino tanto dei sostenitori del presidente del Consiglio dei ministri, quanto dei sostenitori dei suoi più duri avversari.

La polemica, se depurata dai suoi aspetti più banali dettati da opportunismi politici a dall’appartenenza a uno o all’altro fronte, potrebbe anche rivelarsi utile per discutere di un argomento interessante: l’intervista televisiva, le sue regole, le tecniche, i modelli. Magari a partire proprio da questi ultimi che nella storia della tv italiana hanno un certo rilievo.

Sergio Zavoli, Giovanni Minoli, Enzo Biagi hanno infatti lasciato un’eredità ricca e pesante, ma anche Fabio Fazio, Gianni Minà o Vincenzo Mollica sono diventati con il loro lavoro un inevitabile punto di riferimento e di confronto. Quanto alle regole, sia l’intervista a Giuseppe Conte (per esplicita dichiarazione della conduttrice) sia quella a Maria Elena Boschi (per assoluta evidenza) hanno rispettato la regola fondamentale, cioè la disponibilità all’intervista da parte dei politici senza avere preventivamente l’elenco delle domande.

Ma è proprio questa sottolineatura a indurre qualche perplessità, perché, nel momento in cui ci si compiace del rispetto di una regola, nasce il dubbio che si tratti di un’eccezione e che di norma le cose vadano in ben altro modo.

Veniamo ora alla tecnica. A un’osservazione attenta non può sfuggire il fatto che da qualche tempo Lilli Gruber abbia adottato un nuovo stile nell’intervista ai politici, o meglio abbia decisamente accentuato una caratteristica. Di fronte all’ospite si pone in una posizione antagonistica: parte con una critica alla sua azione politica, interviene duramente se l’interlocutore non risponde con precisione e chiarezza o se la tira troppo in lungo, interrompe il suo discorso con un’altra domanda, commenta con un’espressione mimica o con un’interiezione le dichiarazioni considera poco credibili.

Per qualche tempo ho pensato (e scritto) che riservasse questo atteggiamento soprattutto ai rappresentanti di un certo schieramento, il Movimento 5 stelle, una sorta di reazione a una certa retorica populista. In realtà nel corso della stagione lo stesso trattamento ha colpito Conte e Boschi, De Micheli e Salvini, per non parlare della Meloni che ha manifestato il suo querulo risentimento.

Si tratta della celebre concezione dell’intervista come duello, tanto cara a Giovanni Minoli, con una variante: Minoli seguiva il suo schema prefissato di domande indipendentemente dalla risposta dell’ospite, Gruber lascia il suo schema se la risposta presenta un’occasione interessante per una nuova domanda. È chiaro che in una situazione di questo tipo decisamente agonistica, risulta favorito chi, oltre ad avere buoni argomenti, sa adattarsi al gioco, senza perdere la calma, rivelando fermezza ma anche doti di diplomazia e di ironia, ricorrendo anche a qualche sotterfugio retorico (quella capacità di «buttare la palla in tribuna» che Paolo Mieli ha attribuito a Conte).

Ora detto che c’è in tutto ciò un serio pericolo, l’identificazione dell’abilità dialettica con la capacità politica (ma questo è un problema che riguarda tutta la comunicazione pubblica), non c’è nessun motivo di critica al metodo Gruber, come non c’ è motivo di criticare Fazio per la sua complicità con gli ospiti e Mollica per l’entusiasmo con cui tratta i suoi interlocutori. Da quella complicità e da quell’entusiasmo sono nate ottime intervista in grado di rivelarci molti aspetti della figura dell’intervistato. Che ogni intervistatore abbia un suo metodo, un suo stile, un suo linguaggio e una sua prossemica è non solo legittimo ma necessario. L’importante è che lo utilizzi in maniera lineare e coerente.

La personalità giornalistica, la riconoscibilità, la firma di un’intervista è ciò che consente di sfuggire all’anonimato o (peccato ancore più grave) alla sudditanza nei confronti dell’interlocutore.                           

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