Perché lavorare sia ancora un piacere

Francesco Errico

L’idea di costituire, nell’ambito della Fondazione Giuseppe Di Vagno, un Osservatorio sulle politiche del lavoro e delle relazioni industriali e sindacali, ci è maturata gradualmente di fronte ad un mercato del lavoro italiano non in linea con gli standard dei Paesi Europei più avanzati. Lo dicono di dati sull’occupazione, quelli su disoccupazione ed inoccupazione e anche sulla retribuzione media di lavoratori e, soprattutto, lavoratrici italiani, ancora di più nel Mezzogiorno.

Si tratta di temi che attengono alla nostra vita ed a quella dei nostri figli perché, piaccia o no, il lavoro definisce ancora l’identità sociale degli individui, testimonia la loro coscienza morale, è il luogo dove alfine ci si esprime, si dà, si riceve, si sta con gli altri, si contribuisce alla vita della comunità.

Perché non riusciamo ancora a vivere in un mercato del lavoro aperto ed inclusivo, spesso invece asfittico e bloccato, dove trovare un lavoro gratificante e per quanto possibile stabile equivale a vincere alla lotteria? L’Osservatorio non vuole essere – o non vuole solo essere – un luogo convegnistico un po’ fine a se stesso, ma vuole dare un contributo di proposta e di innovazione, con uno sguardo al futuro, in particolare ai nostri ragazzi e ragazze, in maniera aperta e laica, senza pregiudizi e senza discussioni ideologiche che non portano e non porteranno lontano.

Lo abbiamo voluto chiamare Il piacere di lavorare, perché è questa l’aspirazione di ognuno ed è una condizione possibile;
«se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione alla felicità sulla terra»  (Primo Levi). Riuscirci è difficile, ma provarci è indispensabile.

Mi ha sempre colpito il fatto che chi si cimenta nell’immaginare e proporre modelli nuovi di gestione delle politiche del lavoro in Italia, se gli va bene gira con la scorta. C’è qualcosa che non torna. Perché è tanto difficile – e spesso pericoloso – sostenere che anche in Italia si dovrebbe tendere a un modello più inclusivo ed al passo coi tempi, traendo spunto dai Paesi più virtuosi, dove la disoccupazione è sempre uno status transitorio e l’inoccupazione è al più fisiologica? E’ questa la materia dove scontiamo resistenze antiche, ideologie perse e ormai senza futuro e senza speranza, corporativismi non più accettabili. E che i giovani non ci perdoneranno ancora a lungo ed anzi la loro pazienza si è già esaurita.

L’Osservatorio, nel quale convivono e convivranno biografie differenti e idee diverse, come è logico che sia, ha però – insieme a tanti dubbi e non sposando nessuna verità assoluta – una sua idea di fondo ed una sua identità: verso la flexsecurity, sarebbe un errore tornare indietro, non perché «ce lo chiede l’Europa», ma perché ce lo chiede la nostra coscienza e la responsabilità che tutti noi ai vari livelli dobbiamo assumerci: nessuno privo di sostegno al reddito, nessuno privo di garanzie contro discriminazioni, ma nessuno inamovibile.

Non può esistere un Paese civile dove convivono un nucleo minoritario di iper garantiti di fatto inamovibili ed una maggioranza di sotto garantiti, sottopagati, di fatto esclusi dalla possibilità di costruirsi una vita, figuriamoci poi di avere “il piacere di lavorare”. Non può reggere è non reggerà: o gli esclusi si solleveranno, o andranno a lavorare altrove. Non mi dilungo qui sulla compressione verso il basso di stipendi e salari medi dei lavoratori italiani, che spero avremo in altra occasione modo di approfondire, voglio solo sottolineare che l’inamovibilità dal posto di lavoro favorisce senz’altro, come contropartita, questa tendenza a basse retribuzioni.

Il nostro Diritto del Lavoro, vecchio più di mezzo secolo e ormai di fatto inapplicabile o applicato a pochi fortunati, è stato rivisto in parte con l’introduzione del cosiddetto Jobs act. Non risolve tutti i problemi e ha dei limiti che andranno valutati ed eventualmente perfezionati, ma rappresenta un passo verso la giusta direzione. Non è una invenzione italica, ma un tragitto che ci avvicina ai modelli adottati dai Paesi più equi ed evoluti, per altro promossi dalle forze progressiste di quei Paesi. È un provvedimento che riequilibra le tutele fra insiders e outsiders e perciò stesso è un atto di giustizia sociale. Sarebbe, a mio giudizio, un errore imperdonabile tornare indietro nella prossima Legislatura; senza schierarci con nessuno, come si addice ad una struttura di ricerca e studio.

In un mondo dove la flessibilità è un dato di fatto, essa va governata. Se confondiamo il termine “flessibilità” con “precarietà”, compiamo un operazione sbagliata se siamo in buona fede, diversamente abbiamo altri scopi non del tutto nobili.

Rimettiamo le cose e le parole in ordine e diamo loro un senso, una prospettiva, facciamo i conti con un mondo cambiato e con le nuove generazioni che ci guardano. E contribuiamo a restituire loro il piacere di lavorare.

Leggi anche

Are you sure want to unlock this post?
Unlock left : 0
Are you sure want to cancel subscription?
-
00:00
00:00
Update Required Flash plugin
-
00:00
00:00