Alberto e Lorenzo, onomastica di Primo Levi

Giusi Baldissone

Ad Alberto Dalla Volta, Primo Levi dedica il racconto Cerio che fa parte della raccolta Il sistema periodico (Einaudi, Torino 1975).

La storia è quella di una forte amicizia, quasi una fratellanza dovuta a un’affinità naturale: ne parla anche in I sommersi e i salvati. Alberto partì per Auschwitz con Levi il 22 febbraio 1944, col padre Guido che fu subito mandato in gas.

Il cerio, o «ferro-cerio», è la lega con cui si fanno le pietrine per accendisigaro. L’amico che non si lascia inquinare dal Lager è un uomo di volontà buona e forte e fortifica gli altri, impedendo loro di rinunciare, di farsi sommergere: ciò che raccomanda a tutti è di ricordarsi sempre il proprio nome, non identificandosi con il numero marchiato sulla pelle dai loro aguzzini.

Primo Levi scrive: «Credo che nessuno, in quel luogo, sia stato amato quanto lui». Alberto non si salverà, perché sarà tra i sani o poco malati che i nazisti porteranno via da Auschwitz all’arrivo dei russi, di cui non più di un quarto destinato a tornare (Levi, malato di scarlattina, abbandonato nel Lager, paradossalmente si salverà).

«Alberto non è ritornato, e di lui non resta traccia: un suo compaesano, mezzo visionario e mezzo imbroglione, visse per qualche anno, dopo la fine della guerra, spacciando a sua madre, a pagamento, false notizie consolatorie». La scelta dell’elemento ferro, che esiste allo stato puro solo nelle meteoriti (stelle cadenti) è significativa del monumento che Levi intende costruire per questa nobile figura che, dal punto di vista psicologico, umano, è stata fondamentale per lui nel Lager.

L’amicizia, insieme alla costante ricerca di pensare, parlare, ricordare nonostante la brutalità della vita quotidiana è ciò che aiuta a resistere, a rimanere persone umane.


Lorenzo è l’altro grande amico a cui Levi dichiara di dovere la sua salvezza. Lorenzo Perrone, di cui parla in Il ritorno di Lorenzo (Lilit e altri racconti), finisce per morire del male dei reduci, pur senza essere stato un reduce.

Lorenzo non era un prigioniero del Lager ma un lavoratore civile volontario, esterno, accasermato in un campo non lontano, che parlando italiano si fece riconoscere da Levi e capì subito che cos’era un Lager.

Lorenzo fece tutto da solo: portò una gavetta alpina piena di zuppa, ogni giorno, con qualche fetta di pane: rischiava molto, ma con quel cibo salvò la vita di Primo Levi e finché fu nel Lager, anche di Alberto. Rischiava anche molto, perché a volte andava in cucina direttamente a prendere il cibo dalle marmitte di cottura.

Il suo altruismo era qualcosa di incomprensibile, ma Lorenzo Perrone aveva una naturale dignità: quella di chi non si cura del rischio. Quando tornò in Italia andò a cercare la madre di Levi e le spiegò che il figlio era quasi certamente morto, o in gas o sul lavoro, o di malattia, oppure ucciso dai tedeschi in fuga all’arrivo dei russi.

Lorenzo non accettò il denaro che la madre voleva offrirgli e tornò a casa a piedi, a Fossano. Quando Levi tornò a casa, andò a trovare Lorenzo e lo vide in condizioni di stanchezza mortale, irreparabile. Spendeva quel poco che guadagnava all’osteria, viveva da nomade e non voleva un lavoro. Fu ricoverato in ospedale ma scappò, infine fu ritrovato moribondo: era morto del male dei reduci. Questo è il sinistro presagio che pian piano probabilmente avvolge anche Primo Levi.


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