Montalbano, costruzione della memoria e dell’identità nazionale

Giorgio Simonelli

Metti una sera d’estate, di piena estate. Anzi la sera d’estate per antonomasia, quella di lunedì 10 agosto e delle stelle cadenti. Insomma, una sera in cui la televisione ha un ruolo marginale nelle vite degli italiani. Lo sanno benissimo le emittenti che propongono palinsesti di assoluta routine, con l’eccezione del Canale 8 che propone in chiaro il quarto di finale di Europa League tra l’Inter e il Bayer Leverkusen, i cui diritti appartengono a Sky ma che deve essere accessibile a tutti: stranezze di questa strana estate calcistica.

Su Rai 1 proseguono da mesi le repliche di Montalbano, prima quello di Zingaretti e Sironi, poi quelle del giovane con Riondino e la regia di Tavarelli. Siamo al termine della serie con la replica dell’ultima puntata della seconda stagione del Giovane Montalbano, trasmessa per la prima volta cinque anni fa e in seguito già replicata. Il risultato di audience è ancora una volta incredibile, sia in termini assoluti che relativi, e ci obbliga a qualche considerazione.

Quasi 4 milioni nella notte delle stelle cadenti sono un bel numero, ma ancor più interessante è il confronto con i potenziali concorrenti. Non tanto il calcio, prodotto diverso per natura e collocazione, ma la rete generalista diretta competitor, Canale 5, che propone un’offerta non troppo dissimile, una replica di un film leggero, una commedia di Pieraccioni e raccoglie un’audience e una share che corrispondono alla metà esatta di Montalbano.

Dunque, a dispetto di quanto si augurava un noto giornalista che, con la consueta eleganza, intravedeva nella morte di Camilleri un aspetto positivo, la possibilità di togliersi finalmente di torno la presenza di quel poliziotto siciliano in tv, un Montalbano anche di cinque anni prima, seduce ancora molti italiani. E continuerà a farlo, come un classico che si può rivedere o rileggere, senza sentire il peso della ripetizione, anzi scoprendo ogni volta nuovi motivi di piacere. Proviamo a individuarli.

Il primo è quel piacere che in un bel libro di qualche anno fa, Luisella Ballo, chiamava incantesimo. Incantesimi. Alice nel paese della fiction si intitolava il libro e coglieva un aspetto interessante. Di fronte alle fiction tratte da Camilleri, si rimane incantati. La pima cosa che si suole dire a proposito di questo incantesimo riguarda il paesaggio, la bellezza dei luoghi, del mare, delle spiagge, dei palazzi, dei borghi siciliani.

Ma non c’è solo questo: l’incantesimo nasce anche di fronte alla bellezza dei personaggi, alla loro simpatia, alla loro arguzia, ai loro sentimenti di amicizia, ai loro dolori profondi. Poi c’è un’altra scoperta che arriva piano piano quando ci si accorge che in fondo il Montalbano giovane di Tavarelli non è da meno del Montalbano del maestro Sironi. I prequel sono operazioni delicate, difficilmente all’altezza delle aspettative, scontano problemi di coerenza narrativa temporale, di credibilità degli attori a livello fisico e nella costruzione del personaggio, rischiando o di essere imitazioni scolastiche dell’originale o di perderlo completamente di vista.

Invece nel Giovane Montalbano tutto scorre liscio. Gli attori sono in parte quanto i loro predecessori, Catarella ha toni meni macchiettistici, la Livia di Sarah Felderbaum garantisce una continuità che nell’altra versione non si è realizzata e possiede una grazia che la rende la più autentica rispetto alla pagina di Camilleri. Gli ambienti poveri, spogli, le strade spesso deserte, le auto vecchiotte, le atmosfere un po’ vintage risultano più coerenti se declinate al passato, mentre nelle figure dei cattivi, degli antagonisti, nella rappresentazione del male compare quello sguardo di vera compassione che Camilleri ha ereditato dal maestro Simenon.

Ma come se tutto questo non bastasse, ecco che nel finale di quello che per ora è l’ultimo atto della serie arriva la scena che porta la fiction su un altro piano, a un altro livello. È la lunga sequenza in cui il giovane commissario che ha chiesto e ottenuto di lasciare la Sicilia per trasferirsi a Genova percorre per l’ultima volta le strade di Vigata. Ma la città è stranamente deserta come se improvvisamente tutti gli abitanti fossero scomparsi, un silenzio misterioso incombe, poi all’improvviso la scoperta: i tg hanno interrotto il normale flusso televisivo per dare la notizia dell’attentato di Capaci. Tutti i cittadini a Vigata come in ogni altra città italiana sono raccolti davanti alle tv, anche Livia da Genova chiama per invitare il fidanzato a non lasciare la sua terra in quel momento cruciale. E quella di Montalbano non è più solo una serie poliziesca di qualità, un modo per passare in maniera intelligente una serata, ma un rito civile, un momento di costruzione della memoria e dell’identità nazionale che si ripete ogni volta che va in onda.

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