Un altro ferragosto, non si ride. E non si riflette

Giorgio Simonelli

Un altro Ferragosto, il  nuovo lavoro di Paolo Virzì, impegnativo e rischioso già nel progetto di fare un sequel del suo celebre Ferie d’agosto, non è un bel film. C’è troppo, troppo di tutto.

Troppi personaggi, troppi intrecci sentimentali, troppe scene madri, troppe chiacchiere. Alcune davvero  senza senso.

Penso al monologo in cui Daniela/Emanuela Fanelli (oggi una delle più brave attrici italiane, assolutamente sprecata in questo caso) esprime, nel corso di un dibattito al termine di un film in piazza, la sua catastrofica visione del mondo, una sorta di pessimismo cosmico alle vongole. Ma anche certi dialoghi sono motivo di qualche imbarazzo, specie se a scambiarseli sono, da un lato, il  protagonista, il vecchio giornalista di sinistra Sandro Molino ormai perso nel suo mondo irreale e, dall’altro le figure, in carne e ossa  sia pure in bianco e nero, dei grandi italiani confinati nel ventennio fascista a Ventotene: Altiero Spinelli, Ursula Hirschmann, Sandro Pertini con tanto di pipa e inflessione ligure, come nella più banale delle imitazioni.

Insomma, se il film fosse solo una commedia all’italiana si potrebbe tranquillamente archiviare come un prodotto poco riuscito per non aver ben amalgamato gli ingredienti, per averne usati alcuni troppo forti, per volerne ripescare altri consumati dal tempo. D’altronde, si sa, proprio come le ciambelle, non tutte le commedie riescono con il giusto tocco e basta pochissimo perché si squaglino.

Il fatto è che oltre alla commedia all’italiana, di costume e satirica, che qualche risata riesce a strappare e qualche compassione riesce a suscitare, in Un altro Ferragosto c’è  in gioco qualcos’altro di terribilmente importante. Come di ricorderà, quasi trent’anni fa Ferie d’agosto metteva in scena una brillante intuizione, il confronto-scontro tra due gruppi familiari, due tribù che rappresentavano due stili di vita, due concezioni del mondo, due sistemi di valori contrapposti, una destra e una sinistra  opposte non solo politicamente ma antropologicamente. Era l’inizio di quella spaccatura che si andava delineando nella società con l’avvento del  berlusconismo.

Che ne è, trent’anni dopo, di quelle tribù? La risposta di Virzì merita attenzione.

La destra è peggiorata. Non più  berlusconiana ma meloniana, rivela simpatie fasciste esplicite, non ha pudore a sfruttare il successo di un’influencer ignorante e ingenua per racimolare voti alle elezioni politiche, è ben rappresentata da un sedicente imprenditore di successo, in realtà affarista pieno di debiti pronto a trasferirsi a Dubai. La sola voce che potrebbe portare un po’ di buon senso e buoni sentimenti, quella di  Marisa/Ferilli deve vedersela con  le proprie  delusioni e fragilità.

Altro che le certezze di Dio patria e famiglia.

Ai sostenitori dell’attuale maggioranza questa rappresentazione non piacerà, ma la cosa non mi riguarda. Mi riguarda invece e mi preoccupa l’altra tribù, quella di sinistra o, meglio, la sua immagine nel film che è quanto di più deprimente si possa immaginare.

C’è la generazione dei nonni ormai perduta tra insoddisfazioni private (Cecilia) e politiche (Sandro), incapace di comunicare se non nell’illusione di trasmettere i sacri valori ai nipoti come Tito, un ragazzino educatissimo che li recepisce e li ribadisce meccanicamente senza nessuna vera elaborazione personale.

È l’immagine più terribile.

Poi c’è la generazione dei figli che vive la propria vita liberamente, con grande apertura ma senza alcun legame con la tradizione politica da cui proviene, come fa Altiero che, a dispetto del nome e dei valori del padre, è diventato ricchissimo grazie a una app dall’utilizzo non del tutto trasparente e vive in America con un compagno molto appariscente. C’è un’altra coppia omosessuale, quella di Betta e Graziella bisbetiche e petulanti e non manca neppure un velleitario organizzatore di rassegna cinematografiche estive e alternative, ovviamente snobbate dal pubblico: uno dei topoi più diffusi nel cinema italiano di cui si potrebbe anche fare a meno.

È chiaro che siamo in una commedia e quindi esagerazioni, iperboli e parodie sono necessarie, ma un aggancio con la realtà ci dovrà pur essere.

La realtà della sinistra di oggi è questa? Non liquida ma liquefatta?

Mi viene in mente, visto che è tornato di gran moda, Giorgio Gaber che tanti anni fa si chiedeva in un famoso brano cos’è la destra, cos’è la sinistra e recitava una serie infinita di luoghi comuni divertenti.

Ecco, siano rimasti lì ma non sono più divertenti.

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