Il Giro, così lo chiamiamo noi appassionati…

Giorgio Simonelli

In questi giorni in cui accanitamente, ossessivamente, senza curarsi dei confini della decenza e delle cadute nel ridicolo, si discute delle crisi che l’astinenza da calcio produce a livello economico, sociale e psicologico, c’è un altro vuoto (un rinvio?) che non suscita lo stesso clamore ma che non è certo meno doloroso. Questa sarebbe stata la settimana della partenza del Giro ciclistico d’Italia, il Giro tout court come l’abbiamo sempre chiamato noi appassionati. Si tratta di un’assenza che, al di là delle ricadute economiche, coinvolge diversi aspetti della vita culturale. Mancherà la grande festa popolare che da sempre nasce attorno al Giro, mancheranno quelle vicende e quei personaggi che hanno ispirato i racconti di tanti scrittori-giornalisti, da Montanelli a Pratolini, da Buzzati fino a Gianni Mura. Ma più che a ogni altra forma di rappresentazione il Giro mancherà alla televisione.

Il rapporto tra la tv e il ciclismo è infatti un rapporto molto speciale, unico. Se come hanno sottolineato due studiosi, Iozzia e Minerva, già nel titolo di un loro libro, il rapporto tra la tv e lo sport in generale è stato Un matrimonio di interesse, per quanto riguarda il ciclismo si può parlare anche un matrimonio d’amore. Un amore così travolgente e importante che la stessa storia del ciclismo può essere divisa in due fasi distinte, quella precedente la presenza della tv e quella successiva, segnata dalla riproduzione televisiva dei suoi eventi. I frutti di questa lunga passione sono stati numerosi e duraturi. Li possiamo raccogliere, schematizzando un po’, all’interno di tre linee.

La prima è quella della tecnologia. Nessun altro sport ha rappresentato quanto il ciclismo un laboratorio per lo sviluppo di tecniche di ripresa, neppure il calcio che ha messo le sue grandiose risorse al servizio di una parcellizzazione dell’immagine spesso pleonastica e barocca. L’archeologia ci ricorda che l’invenzione della telecamera mobile, oggi funzione banalissima, che ognuno può realizzare con il suo cellulare ma che, per il linguaggio della tv delle origini, parve un miracolo, è legata a una gara ciclistica. Fu ai mondiali di Reims del 1958 che la tv francese decise di appoggiare una telecamera su un furgone che seguiva i corridori nel tratto più comodo del percorso, quello che coincideva con le ampie strade dell’autodromo. Una giornata gloriosa e memorabile anche sul piano sportivo: la gara molto spettacolare fu vinta da un giovane atleta italiano, Ercole Baldini, che in quell’anno aveva già vinto il Giro. Poi nelle stagioni successive arrivarono le telecamere a mano sulle moto, le riprese dall’alto con l’elicottero, i droni a trasformare quella che era stata per decenni una visione parziale, a sprazzi, fuggevole in un racconto dilatato e continuo.

Ecco, il racconto. A differenza di altri sport circoscritti entro spazi predefiniti di cui la televisione non varca mai i confini, il ciclismo in tv è un susseguirsi di spazi diversi, di paesaggi sorprendenti, è il racconto di un viaggio in cui i luoghi assumono un’immagine e un significato nuovi, costruiti dalle vicende della gara, dalle imprese degli atleti, dalle loro vittorie o dalle loro débacles. É quella forma di risemantizzazione di cui parla Roland Barthes nel suo saggio sulla geografia omerica del Tour de France, nella quale il Giro non è da meno. Cosa sarebbe il Blockhaus senza l’impresa del giovane Merckx? E il Mortirolo senza Pantani? E lo Zoncolan senza gli arrivi del Giro?

C’è un aneddoto buffo e significativo che si racconta sempre a proposito di questo fenomeno di mitizzazione toponomastica. Riguarda Orcières-Merlettes, un borgo delle Alpi del sud francesi, luogo di vacanza non particolarmente ricco di prestigio e di attrattiva. Ma, nel corso di una tappa del Tour del 1971 che si concludeva lì, accadde l’imprevedibile: Eddy Merckx, il più forte ciclista di tutti i tempi, ebbe una crisi, fu staccato dai suoi avversari e le riprese televisive mostrarono in diretta la sua sofferenza, la drammatica sconfitta dell’invincibile. Ebbene, l’anno successivo accadde una cosa davvero impensabile: gli alberghi di Orcières-Merlettes non poterono soddisfare le richieste di soggiorno arrivate da tutta l’Europa. Le immagini televisive della tappa del Tour avevano trasformato un’anonima località montana in un luogo mitologico.

Infine c’è una terza linea che fa del ciclismo e del Giro in particolare un partner insostituibile della tv. È quella dei format. La copertura televisiva del Giro d’Italia ha contribuito in maniera decisiva alla creazione di vari format, ma uno spicca su tutti: è il talk show. Se si va alla ricerca delle origini di questo fortunato e invadente genere televisivo, non si può fare a meno di tornare all’indietro fino al Giro del 1962. Nacque in quell’occasione il Processo alla tappa, una felice intuizione di Sergio Zavoli che riuniva su un palco al termine di ogni tappa del Giro giornalisti, direttori sportivi, atleti e talvolta intellettuali come Pasolini o Berto. Si parlava della corsa, delle tattiche, dei propositi, delle alleanze e dei dispetti. Quello che si produceva era una splendida commedia dell’arte in cui si dividevano la scena le maschere del giovin signore elegante, dell’ombroso taciturno, del timido, del focoso, del bonario che «io sono docile, son rispettoso, ma se mi toccano…».

Era la prima comparsa di una formula che avrebbe avuto molta fortuna anche quando a guidarla e interpretarla sarebbero arrivati personaggi meno gradevoli e a ispirare la discussione sarebbero state vicende meno autentiche di quelle che riesce a proporci il Giro.

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