La nobile tradizione del cinema civile italiano

Giorgio Simonelli

La cerimonia di premiazione dei David di Donatello, pur nella sua versione casalinga che ha suscitato molte perplessità (ma non altrettante proposte alternative) per la sua modesta resa televisiva, ci ha detto alcune cose piuttosto interessanti sulla vita del cinema italiano.

La prima riguarda il trionfatore di questa edizione, Marco Bellocchio. Spesso si dice che uno dei problemi che da tempo affliggono il nostro cinema è l’assenza dei grandi maestri, di registi che in virtù di una carriera luminosa e prestigiosa siano ancora in grado di tenere viva la tradizione della cinematografia nazionale e di ispirarne il carattere. Alcune morti precoci lontane (Pasolini) o recenti (Bertolucci), altre, inevitabilmente legate all’avanzare degli anni ma concentrate in un breve arco di tempo, hanno creato uno iato pericoloso, un vuoto incolmabile. Quando si fanno queste giuste considerazioni è bene non dimenticare la presenza viva e vivace di Marco Bellocchio.

Bellocchio ha esordito nel 1965, un anno in cui uscivano, insieme con il suo I pugni in tasca, le opere di Fellini, Visconti, Pasolini, Comencini, Pietrangeli, Olmi, Rosi: un altro tempo, un altro mondo. Dei registi che realizzarono film in quell’anno sono tra noi, insieme a Bellocchio, solo Giuliano Montaldo, Lina Wertmuller e Bruno Bozzetto. Bellocchio ha attraversato con alterne fortune, con esiti diversi e con complesse vicende personali, più di mezzo secolo di storia del cinema e della nazione. Vedere questo signore ottantenne, vitale e, a suo modo, entusiasta, premiato per un film di non semplice realizzazione, dai temi delicati trattati con grande lucidità è motivo di una felice rassicurazione: il patrimonio accumulato negli anni dal nostro cinema grazie ai suoi grandi autori è ancora in buone mani, che lo usano nel migliore dei modi. Vedere Marco Bellocchio estraneo all’aura di maledettismo che lo ha a lungo accompagnato e circondato invece da garruli affetti familiari è un coup de théâtre indimenticabile, che dobbiamo alla versione forzatamente casalinga della tv di questi mesi e ai suoi autori.

Ma torniamo al cinema. C’è un’altra considerazione che i sei premi consegnati a Il traditore ci suggeriscono. Per anni si è detto che il limite del cinema italiano era in una sua sorta di monocultura: dopo il successo di alcuni film, per andare sul sicuro si producevano solo o principalmente commedie; per mancanza di coraggio e per prudenza negli investimenti si raccontavano storie ambientate in cinquanta metri quadri, due camere e cucina. Se già l’anno scorso i David, premiando un bel film pasoliniano come Dogman e un’opera di forte denuncia come Sulla mia pelle, avevano segnalato un’inversione di tendenza, ora la grande vittoria di Il traditore la definisce con precisione.

Il film di Bellocchio si inserisce nella grande tradizione italiana del cinema civile, quello di Francesco Rosi, che non a caso ha sempre avuto un’attenzione particolare per la questione meridionale e le sue degenerazioni. Nel raccontare la vicenda di Tommaso Buscetta il regista ribalta l’impostazione che aveva caratterizzato ultimamente il cinema italiano nell’affrontare il tema politico. Non più la politica come motivo di introspezione dei suoi protagonisti, come accadeva con l’Andreotti e il Berlusconi di Sorrentino, ma al contrario una lettura della biografia della nazione e della sua identità minacciata dai personaggi della criminalità mafiosa. Sono soprattutto alcuni elementi sonori a costruire questa lettura. C’è lo strepitoso Va’ pensiero che irrompe a tutto volume nel momento in cui i giudici leggono le sentenze di pesanti condanne comminate ai più pericolosi boss al termine del maxiprocesso.  C’è l’avvertimento in musica che, in un ristorante della più sperduta provincia americana, un posteggiatore lancia a don Masino sulle note del celebre motivo di Toto Cotugno deformando il finale: non più sono un italiano ma sono siciliano, come si trattasse di identità ben diverse.

Infine c’è la presenza di un attore che lega Il traditore all’antica, nobile tradizione del cinema civile di denuncia del pericolo politico rappresentato dalla mafia. É l’interpretazione di un ruolo non protagonista, e giustamente premiato in questa categoria, di Luigi Lo Cascio, un attore che rappresenta un’icona di questo cinema civile, fin da quando, nel 2000, ancora esordiente, interpretò Peppino Impastato in I cento passi di Marco Tullio Giordana.

Erano stagioni in cui molti consideravano questo tipo di cinema politico un residuo del passato, senza alcuna attualità né prospettiva futura. Per fortuna si sbagliavano.

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